White guilt trip

6 Dic

E’ tardi, per il senso di colpa bianco.
Per guardare perplessi il caffé, il cacao, lo zucchero, la gomma della suola delle Converse, come se non li avessimo mai davvero visti.
Ma non riesco più a guardare niente di tutto questo con gli stessi occhi, niente è più neutrale, domestico, confortevole, non dopo più di un mese a leggere compulsivamente centinaia di pagine su mutilazioni e colpi di frusta e aver saltabeccato per internet comparando luoghi e ricordi di letture passate per intrecciarli ai fatti nuovi, che tanto nuovi non sono visto che si parla di secoli fa. Avrebbe molto più senso indagare su quello che succede oggi anziché rompersi la testa su storia così vecchia, però riesce a dare una dimensione tutta diversa al nostro posto nel mondo.

Una carrellata di umanità, per trarre un’unica conclusione logica: l’Homo Sapiens Sapiens è naturalmente un animale stronzo, per conformazione ed evoluzione. Sì, ha anche una sensibilità profonda, crea musica, ha inventato le parole e le ha messe insieme in migliaia di combinazioni e accenti diversi, racconta storie dando prova di un’immaginazione dalle potenzialità quasi illimitate, è capace di grandi atti di altruismo e rinuncia, ha creato l’arte, ha creato il concetto di legge, di fratellanza, di giustizia, di etica e di morale, che salvo impiccarcisi accidentalmente ogni tanto o usarli come grimaldello sono tutti concetti logici della più alta natura.
Eppure, statisticamente, è uno stronzo ingordo.
E per quanto nulla di quello che ci possiamo rimproverare differisca in minima parte dal resto del mondo, la memoria storica di tutto quello che ci ha implicato in modo diretto è abbastanza da costringere a riflettere. Poiché va detto che tra i belligeranti, sanguinari e sadici scimmioni pelati che popolano questo pianeta, per quanto tutti più o meno in grado di compiere atti di creativa oscenità, gli europei sono stati storicamente i più rognosi avidi figli di puttana che Madre Natura abbia scelto di dotare degli strumenti adatti a spostarci velocemente attraverso gli spazi bianchi sulle mappe, carichi di germi e della relativa sicurezza tecnologica, per andare a piantare bandierine su tutti gli angoli del globo dove non avevano mai visto le nostre facce scolorite da clima temperato e costante.

Diamond, in Armi, acciaio e malattie, spiegava così la nostra propensione a mettere le mani su qualsiasi risorsa consumabile e appropriarcene con due crocette su un foglio o, alla peggio, una cassa di gin e un po’ di mazzate d’incentivo.
Non è che gli altri non ci avessero mai pensato o difettassero della volontà o del genio, semplicemente abbiamo avuto fortuna.
Fortuna a crescere in una posizione di comunicazione che ci ha permesso di imparare quello a cui non arrivavamo da soli, di allevare maiali, buoi e galline e viverci a stretto contatto sviluppando anticorpi anche se non potevamo direttamente affondarci i denti, fortuna a fare della polvere da sparo un modo per ammazzare senza esporsi a spiacevoli sbudellamenti ravvicinati anziché una base per i fuochi d’artificio, ad avere i cavalli e il legno adatto a fare navi robuste, ad inventare cose nuove (come gli pneumatici) proprio mentre ci imbattevamo in enormi riserve fino ad allora intoccate (come gli alberi della gomma nelle foreste pluviali) delle materie prime necessarie, guadagnandoci una barca di soldi – oppure trovare nuove materie e trasformarle in soldi, con altrettanto talento.
Fortuna, non predestinazione.
La violenza è insita nella specie quanto l’amore, se non di più. Gli esseri umani sono in grado di mettere la loro creatività di homo faber sia al servizio del Bene sia al servizio della Carognaggine Speculativa, il tutto con lo stesso incredibile talento.

Ciò non toglie che, per quanto non abbiamo inventato nulla, siamo stati geniali nel perfezionarlo e portarlo all’eccesso.
Per fare due esempi tra i milioni, prima troncavamo le mani agli africani “pigri” che non rispettavano le quote, ora i cinesi che costruiscono gli iPad alla Foxconn per 51 centesimi all’ora firmano contratti in cui dichiarano di non ritenere l’azienda responsabile in caso di suicidio, meraviglioso tocco di progresso. Entrambe pratiche già in uso (la mutilazione punitiva e lo sfruttamento dei dipendenti) da secoli nei paesi di origine, esasperate grazie al contributo attivo (come colonialisti) o passivo (come consumatori voraci) dei nostri talentuosi e inebetiti culi ciccioni. Un applauso.
E ora vado a farmi un bel te Earl Grey, pensando alle Indie britanniche, messe in ginocchio dai debiti con la Cina, assaggiando il déjà vu.

Pieces of Jennifer’s body

26 Set

*Sì, contiene spoilers, ma il film è abbastanza vecchio perché già sappiate tutto*

Questo è uno dei pochi film che ha fatto unanimemente cagare sia i patiti del genere che gli avventori accidentali – un po’ come Conan il manzofantasy, pur se fortunatamente senza la piaga del 3D, all’epoca isolato al mondo dei cartoni insieme ai suoi rayban di plastica e all’effetto labirintite incluso nel prezzo del biglietto.
Ovviamente, a me è piaciuto. Non ho speso un centesimo per vedere l’armoniosa Megan pre-orgia botulinica in varie pose più o meno inarcate per meglio evidenziarne il culo, né per assistere al tentativo malriuscito di far sembrare cessa una come la Seyfried, che più che ad Ugly Betty – come la apostrofa amorevolmente Seth Cohen in versione stronzo – somiglia a Barbie Bibliotecaria, il che ha notevolmente ridotto l’astio di chi invece ci ha rimesso sette euri sudati aspettandosi un horror in chiave indie. Ho potuto godere di tutta la sua gloria trash beccandolo per caso in tv e penso di poter dire che in realtà non è un brutto film: è solo vittima di un grande equivoco.

Jennifer’s Body non è un horror. E’ una presa per il culo di medie pretese. Se l’avessero commercializzato come tale, avrebbe funzionato. Lo hanno ammazzato l’hype di pre-produzione, l’odio generalizzato per Diablo Cody – la donna che fa figo odiare, dopo Juno e il (divertente) libro sulla sua vita da stripper – e il fatto che sì, Megan Fox è effettivamente un po’ cagna. Anche se in alcune scene riesce ad essere convincente, quindi potrebbe anche essere la paralisi cosmetica.
Non siamo troppo duri con il suo fascino indiscutibile da strappona d’assalto, che qui aveva in fin dei conti ragion d’essere.
La critica più grande che gli ho sentito fare è “non fa neanche paura”. Il punto è che non deve. Quello che avvicina JB a Denti, più che a Lasciami Entrare, è lo spirito autoironico. Già dalle premesse, con una indie band dalle ambizioni strappamutande che spera di sfondare sacrificando una vergine a Satana (“Do you wanna be the guy from Maroon 5?”), prendendo una sola clamorosa perché se squarci una non-vergine ti trovi un succubus tra i piedi e il loro metodo di identificazione era l’occhio esperto di un ex nerd di OC. Certo, c’è l’arruffianamento delle battutine edgy, della parlata adolescenziale più o meno autentica, del disprezzo non troppo velato delle capacità cerebrali delle supergnocche (“Rocky Horror? I hate boxing movies”) e soprattutto il momento topico del fanservice: la mezza slinguata tra Jennifer e Needy, le amiche protagoniste.

Segue a ruota il cliché della reginetta del ballo invidiosa della smart girl, quella che si pensa bruttina ma a cui basta cambiare la montatura degli occhiali e levarsi i maglioni della nonna per rivelare un potenziale maggiore dell’amica bella e stronza. Un minimo di introspezione per non renderlo trito, mostrando la vulnerabilità al confine con l’instabilità mentale di Jennifer e il carattere sadico che il loro rapporto ha sempre avuto, fino alla conclusione in cui, dopo aver sopportato qualunque cosa, si arriva all’ultima goccia – con Jennifer che le mangia il fidanzato e lei che la apre con un tagliacarte (non prima di averci regalato la più triste battuta sui tampax di sempre). Tutto questo potrà essere scontato, ma è divertente. E’ divertente la canzoncina triste-emo che diventa l’inno della città in lutto, il rituale satanico scaricato da internet, la Seyfried che ottiene il potere di levitare come Buddha e menare come un X5, il cameo di Vern Schillinger J.K. Simmons professore sensibile e tonto con una mano artificiale, il fidanzatino di Needy che quando la vede piangere in un momento intimo prima si preoccupa e poi si inorgoglisce pensando di avercelo enorme e tanti altri piccoli momenti da commedia splatter. In fondo è questo il suo vero genere d’appartenenza, le due risate blockbusterose davanti a una pizza untissima da farsi in mutande sul divano. Prendetelo per quello che è e dimenticatelo subito dopo. Senza rancori.

Outside another yellow moon

26 Ago

Che sì, del mio amore per Amsterdam in qualità di enorme parco giochi lo sanno tutti, perché sarebbe impossibile non amare una città dove si può prendere una birra in una piazzetta affollata di turisti, breakdancers, artigiani del fil di ferro e pittori e trovarsi accanto gli Hell’s Angels.
Dove cibo, erba e musica ti si riversano addosso coinvolgendo tutti i sensi, dove si possono trovare asiatici in costume da cazzo (giuro) in mezzo a maschere più tradizionali come Guy Fawkes, Darth Vader e Freddy Krueger, dove versioni alternative di compagni di liceo quasi dimenticati si appropriano con chitarra e amplificatore di piazza Dam per cantare capolavori come Hallelujah e piccole perle emo come Hey There Delilah, annuendo enfaticamente alla strofa “one day I’ll pay the bills with this guitar”, mentre in piazza Rembrandt canta fissa una nanetta bionda in vestitini stretch e zatteroni che sembra divertirsi un mondo.
Dove anziani giamaicani in bicicletta ti fermano per invitarti a casa loro, per un pranzo o per prendere in prestito altre bici e non si capisce se si ha davanti uno spacciatore, un pappone o un’anima cosmopolita, dove ci si bagna i jeans a sedersi sull’erba nel parco e le biciclette sono il Nuovo Ordine Mondiale.

Il mio amore per la Svezia invece è una scoperta nuova. Stoccolma è bellissima. I vichinghi sono bellissimi.
Tutti vestiti H&M a prendere birre dalle 5 di pomeriggio staccando dal lavoro, con isolette minuscole e quiete fatte di pietra e salici piangenti accanto al bordello tipico della grande città, inaspettati soundcheck di band inglesi (?) da trovare seguendo la batteria, sterminate gallerie fotografiche in cui pascolare indisturbati tra Diane Arbus, Robert Mapplethorpe, Robert Capa, Irving Penn, Larry Clark, Nan Goldin e Anders Petersen (lacopertinadiRainDogs e subito il mio cervello ha caricato sul piatto Downtown Train, che mi è rimasta in testa finché non abbiamo trovato al Fotografiska un ulteriore piano tutto di Mapplethorpe e una parete di Patti Smith ha fatto sì che iniziasse a suonare Frederick). Per rimanere a retina spalancata guardando Liu Bolin che si dipinge per scomparire nello sfondo di ogni foto (“The Invisible Man”) in protesta contro un governo che cancella l’arte come fosse una macchia d’unto, accanto a un’esposizione di bellezze nordiche vestite Chanel quasi fossero due pianeti diversi.

Stoccolma è un posto dove è possibile mangiare cosce di renna e di alce (o portarsi a casa la pelle), dove apparentemente tutti adorano la pasta alla carbonara e le torte, dove i vicoli traboccano di fumetterie, rune di ametista, asce, mazzafrusti e piccoli pelosi troll. Rimpiango i venti gradi scarsi, il piumone doppio e i cuscini morbidissimi dell’albergo, il bollitore per il caffé e i libri smangiucchiati degli anni ’60 che era possibile prendere in prestito e leggere sprofondati in poltrona, in questo bizzarro paese dove i canali di cinema fanno film per famiglie alle 8 di sera e porno laidissimi in chiaro alle 11, ché non ha prezzo uscire a mangiare costine di maiale intinte nel Jack Daniel’s quando c’è Where The Wild Things Are e trovarsi un cazzo elefantiaco che trapana una strappona a caso quando ci si lancia sul materasso satolli e in cerca di fim di spessore come The Punisher: War Zone.
Dov’è tutto così organizzato che quando arrivi in Italia a notte fonda e trovi il Malpensa Shuttle con l’autista che cristona animatamente al cellulare mentre ti stacca i biglietti, quasi ti senti sollevato e sorridi, ma dopo un minuto ci vuoi tornare, forse vivere.

A tricky situation

16 Lug

There’s no time for us
There’s no place for us
What is this thing that builds our dreams, yet slips away from us
Queen – Who wants to live forever

Sono secoli che non scrivo e ancora di più che non scrivo qualcosa di sensato, impresa impossibile quando la razionalità ti abbandona sbattendo la porta e portandosi via il  ficus benjamin, tra un teatrale colpo di permanente e il ticchettio dei suoi tacchi sul parquet dell’ingresso.

La vita è una lunga corsa a ostacoli. Soprattutto se hai il gene dell’uccello migratore e non riesci a stare fermo nello stesso posto per più di una settimana, se per Roger Waters che smonta i muri del subconscio e per annegare di Nastro Azzurro con gli Arcade Fire in sottofondo, godendoti il parco al tramonto e le zanzare che girano in circolo sulla tua testa come avvoltoi, per non perdere tutto questo – ché non si vive per sempre e quello che ti perderai non te lo restituirà nessuno – preferisci giostrare con le ore come un cavaliere con un drago di otto tonnellate. Un milione di cose da fare con pause ludiche inframensili, concentrando in un weekend tutti i colori che si spengono nella routine.

Così programmi treni post-concerto che ti rovescino sui gradoni dell’Alma Mater, giusto in tempo per conversare con un protocollo di letteratura inglese del ‘700. Senza aver dormito, con le valige al seguito, sudando birra.

Che poi salta fuori che è proprio lì che il Destino ti voleva, perché ti capitasse di incontrare un vagabondo-santone improvvisato che viene da molto molto lontano con l’idea di tornare un giorno a guidare il proprio popolo verso la libertà (dopotutto il motto del Senegal è “Un Peuple, Un But, Une Foi”), ma nel frattempo ti farà una sorta di massaggio/macumba e ti predirà il futuro. Perché gli sei simpatica, perché alle 7 del mattino su un intercity non c’è molto da fare o perché a volte ci è concesso di prepararci psicologicamente a quello che verrà, come i quattro figli che mi sono stati predetti. Spero che nel mio futuro sia previsto anche un cesareo o due, perché non voglio pensare a come si esca da quattro parti naturali.

Per ora mi devo solo preoccupare di riuscire nell’impresa eroica di leggere 15 libri, di cui 11 in francese, per la tesi.
Schivando l’estate tra Amsterdam e Stoccolma, prima di sei mesi sgobboni pieni in cui non vedrò più la luce del sole se non filtrata da finestroni polverosi, pensando che prima dell’Apocalisse devo vedere l’Irlanda, come si discuteva ieri davanti a mezzo chilo di nachos, e il Giappone nella stagione dei ciliegi.
I miei pensieri felici, per staccarmi da terra alla faccia della gravità.

Winter is coming

9 Giu

Mi piacerebbe poter dire che conosco A Song of Ice and Fire da prima che fosse figo, tirarmela da fantasy nerd veterana e con aria di consumata condiscendenza guardare dall’alto in basso i nuovi arrivati sul traino della HBO, criticare ogni fotogramma in quanto trasposizione imperfetta di un capolavoro e avere le mutande di George R. R. Martin autografate appese come un vessillo sopra la testiera del letto. Invece no. Invece è successo che ho visto il faccino triste di Boromir, figlio-di-Denethor-reggente-di-Gondor, sulla primissima immagine promozionale, seduto su un trono di spade (che di per sè, ammettiamolo, fa la sua porca figura) e avevo la mezza idea di dargli una chance, anche se il fantasy in tv degenera rapidamente e avevo paura di consumarmi il naso a facepalm (come con la Spada della Verità, di partenza saga discreta portata in tv per precipitare come il figlio di Michael Jackson dalla finestra dell’Adlon Kempinsky in un universo alternativo).

Poi ho visto il barbaro e sono stata ottenebrata dagli ormoni, il che ha spazzato via ogni rimostranza. Adesso sono completamente dipendente, ho comprato in blocco tutti e nove i libri dell’edizione italica e non sarebbe corretto dire che ho la scimmia, piuttosto un gorilla obeso piazzato sulla clavicola.
Visivamente trovo impossibile non innamorarsi di una serie che – oltre ad essere scritta magistralmente, avere un’ottima fotografia e un accento britannico – comprenda operazioni alle tonsille a mani nude, uccelli al vento, parecchio incesto, teschi di drago, Peter Dinklage nel ruolo perfetto e una miriade di personaggi che alla maniera di Tolstoj vanno, vengono ma soprattutto soffrono miserevolmente. Contando che sono al libro quarto e che i romanzi sono rispetto alla serie quello che una sachertorte è rispetto a un gianduiotto, starmi vicino e non subire il mio fanatismo è diventato impossibile. Come restare vergini da pesantissimi spoiler, del resto. Non mi sentivo così perdutamente geek da lunga pezza.
Ed è un sentimento meraviglioso, mi allarga il cuore.

Plump

7 Apr

Milano di sera, con la luce arancio del tramonto e un sassofonista che suona una versione anche abbastanza riuscita di Moon river per il sorriso di due turiste, non è troppo male. Ha un che di romantico, l’aria è calda ma non ancora soffocante, gli alberi sono verde tenero e la gente persino sorride. L’iPod mi spara nel timpano Plump di sua iniziativa ed è ugualmente appropriata, mentre taglio la prima foresta di gambe magre in pantaloncini minuscoli per rintanarmi nel fresco del tunnel della metro.

They say I’m plump/but I throw up all the time

Rimane in testa e mi segue fino a casa, ben oltre cena e coccole e yogurt con i biscotti, senza però ispirarmi all’emulazione. Molta gente è convinta che Courtney sia mediocre rispetto al marito, addirittura che l’abbia in qualche modo ammazzato, ha una salute mentale e fisica altalenante, i gossippari parlano di un brutto rapporto con la figlia, criticano il troppo botox in faccia e il peso che oscilla, sta sulle palle a Dave Grohl e probabilmente anche a Billy Corgan, ma nonostante tutte queste cose c’è anche chi come me la ama e pensa che Live Through This sia un album con i controcazzi. E lo è.
In tutti i mille ascolti di Jennifer’s body e Doll parts, a cavalcioni sulla finestra fumando le prime sigarette e su pavimenti di legno fumando le ultime, anche stasera nelle mie nuove mutande rosa con le pecorelle e Lost Boys che scorre sullo schermo senza volume.

Bayou Country

24 Mar

C’era un tempo in cui non pensavo avrei mai passato le nottate con i Creedence Clearwater Revival valutando seriamente di trasferirmi in un posto dove la gente parla come Sookie Stackhouse. Che sì, loro sono del bayou di San Francisco e apparentemente non c’è nesso logico, ma ascoltandoli mi viene in mente tutta una più immensa striscia d’America da percorrere in macchine datate ’67, giù fino alla Louisiana. Dove per quanto ne so le donne sono paurosamente gnocche ed io insieme al mio nanismo mediterraneo mi confonderei con il circo itinerante. Dove probabilmente il clima mi stordirebbe entro un paio d’ore, le zanzare mi spolperebbero fino all’osso, entrerei in conflitto con la parte conservatrice della popolazione in tempo zero, finendo per essere ricacciata in Europa con torce e forconi, sempre che non mi uccida prematuramente l’elemento principe della cucina locale – il crostaceo – a cui sono pesantemente allergica.

C’è da dire che entrerei in contatto con una cultura antropologicamente variegata, musicalmente ispirata, letterariamente ispiratrice. Mi darei all’hoodoo alla prima occasione. Vivrei in shorts di jeans.
Lavorerei in una caffetteria/libreria ibrida facendo affidamento sul mio francese zoppicante.
Prenderei un porto d’armi subito dopo la cittadinanza anche solo per poter sparare ai barattoli nel mio cortile. Mi rendo conto di mescolare fantasia e stereotipi, ma è la parte più buffa: raccogliere tutti i coriandoli di cinema e canzoni immagazzinati nel cervello per poi arrivare sul posto e procedere a smontarli e riassemblarli. Un po’ come facevo con la casetta vittoriana della Playmobil che avevo da bambina, quella in cui fiori di plastica e tendine di velluto attendevano famiglie di giganti e di quadrupedi – perché gli omini della Playmobil non ce li avevo, ma in compenso avevo un fottio di barbie e di minipony e adoravano prendere il té. Adesso sono passati quasi due decenni, forse non porto più la coda di cavallo e la salopette, ma metterei volentieri in una valigia la mia barbie superstite e il minipony tramutato in unicorno con mezzo stuzzicadenti e parecchio superattack (fortunello) come portafortuna da turista spersa, un passaporto e un paio d’anfibi, solo per attraversare un continente alieno in cerca di uno steccato bianco.
Nonché di un muretto su cui allineare barattoli, ovviamente arrugginiti.