Archivio | tv nerd RSS feed for this section

Darling, darling that dam’s gonna give

4 Gen

keep climbing into my head without knockin’
and you fix yourself there like a map pin

Fionn Regan, Dogwood Blossom

(Klimt)

Scrivere cercando di darsi un tono professionale, distaccato, didattico. E fallire miseramente, perché tra This is England ’88 (in cui ci si intenerisce fino allo scioglimento davanti a Woody, Lol e Combo, che dietro a ogni skinhead c’è un giardino incantato) e Il Pornografo di Vienna (Schiele e la criptopedofilia incestuosa, con un tocco di Klimt) ho inziato l’anno con tutt’altra dimensione. Io e Schiele abbiamo in comune una sola cosa, essere finiti nei guai per aver disegnato prostitute. Io con i turbocolor in prima media, tirando scema una prof che già mi detestava e che mi vedeva come una ninfomane in erba (in compenso la vedo tutt’ora come una frigida isterica, siamo pari). Lui sotto processo e simil-lapidazione per aver dipinto le donne che gli altri scopavano contro i muri negli angoli bui e che nel reparto di ostetricia si trascinavano per i corridoi con i neonati al collo, implorando una moneta in cambio di servizi futuri, con la pelle butterata sotto la cipria e i denti gialli. L’anno scorso a Vienna le ho guardate appese ai muri di una residenza regale, con i finestroni giganti aperti su una distesa di tegole innevate popolate da corvi. Ero venuta per Klimt, che mi è sempre apparso così privo di morbosità da diventare speciale e sono rimasta dieci minuti a fissare la Morte e la Vita, ma il mio affetto va a Egon, con le sue ossessioni in rosso e nero come uno sputo in faccia, di quelli belli espettorati, alle ferrovie e alle accademie e alla rispettabilità disforica dei puttanieri maritati.

Annunci

Pieces of Jennifer’s body

26 Set

*Sì, contiene spoilers, ma il film è abbastanza vecchio perché già sappiate tutto*

Questo è uno dei pochi film che ha fatto unanimemente cagare sia i patiti del genere che gli avventori accidentali – un po’ come Conan il manzofantasy, pur se fortunatamente senza la piaga del 3D, all’epoca isolato al mondo dei cartoni insieme ai suoi rayban di plastica e all’effetto labirintite incluso nel prezzo del biglietto.
Ovviamente, a me è piaciuto. Non ho speso un centesimo per vedere l’armoniosa Megan pre-orgia botulinica in varie pose più o meno inarcate per meglio evidenziarne il culo, né per assistere al tentativo malriuscito di far sembrare cessa una come la Seyfried, che più che ad Ugly Betty – come la apostrofa amorevolmente Seth Cohen in versione stronzo – somiglia a Barbie Bibliotecaria, il che ha notevolmente ridotto l’astio di chi invece ci ha rimesso sette euri sudati aspettandosi un horror in chiave indie. Ho potuto godere di tutta la sua gloria trash beccandolo per caso in tv e penso di poter dire che in realtà non è un brutto film: è solo vittima di un grande equivoco.

Jennifer’s Body non è un horror. E’ una presa per il culo di medie pretese. Se l’avessero commercializzato come tale, avrebbe funzionato. Lo hanno ammazzato l’hype di pre-produzione, l’odio generalizzato per Diablo Cody – la donna che fa figo odiare, dopo Juno e il (divertente) libro sulla sua vita da stripper – e il fatto che sì, Megan Fox è effettivamente un po’ cagna. Anche se in alcune scene riesce ad essere convincente, quindi potrebbe anche essere la paralisi cosmetica.
Non siamo troppo duri con il suo fascino indiscutibile da strappona d’assalto, che qui aveva in fin dei conti ragion d’essere.
La critica più grande che gli ho sentito fare è “non fa neanche paura”. Il punto è che non deve. Quello che avvicina JB a Denti, più che a Lasciami Entrare, è lo spirito autoironico. Già dalle premesse, con una indie band dalle ambizioni strappamutande che spera di sfondare sacrificando una vergine a Satana (“Do you wanna be the guy from Maroon 5?”), prendendo una sola clamorosa perché se squarci una non-vergine ti trovi un succubus tra i piedi e il loro metodo di identificazione era l’occhio esperto di un ex nerd di OC. Certo, c’è l’arruffianamento delle battutine edgy, della parlata adolescenziale più o meno autentica, del disprezzo non troppo velato delle capacità cerebrali delle supergnocche (“Rocky Horror? I hate boxing movies”) e soprattutto il momento topico del fanservice: la mezza slinguata tra Jennifer e Needy, le amiche protagoniste.

Segue a ruota il cliché della reginetta del ballo invidiosa della smart girl, quella che si pensa bruttina ma a cui basta cambiare la montatura degli occhiali e levarsi i maglioni della nonna per rivelare un potenziale maggiore dell’amica bella e stronza. Un minimo di introspezione per non renderlo trito, mostrando la vulnerabilità al confine con l’instabilità mentale di Jennifer e il carattere sadico che il loro rapporto ha sempre avuto, fino alla conclusione in cui, dopo aver sopportato qualunque cosa, si arriva all’ultima goccia – con Jennifer che le mangia il fidanzato e lei che la apre con un tagliacarte (non prima di averci regalato la più triste battuta sui tampax di sempre). Tutto questo potrà essere scontato, ma è divertente. E’ divertente la canzoncina triste-emo che diventa l’inno della città in lutto, il rituale satanico scaricato da internet, la Seyfried che ottiene il potere di levitare come Buddha e menare come un X5, il cameo di Vern Schillinger J.K. Simmons professore sensibile e tonto con una mano artificiale, il fidanzatino di Needy che quando la vede piangere in un momento intimo prima si preoccupa e poi si inorgoglisce pensando di avercelo enorme e tanti altri piccoli momenti da commedia splatter. In fondo è questo il suo vero genere d’appartenenza, le due risate blockbusterose davanti a una pizza untissima da farsi in mutande sul divano. Prendetelo per quello che è e dimenticatelo subito dopo. Senza rancori.

Winter is coming

9 Giu

Mi piacerebbe poter dire che conosco A Song of Ice and Fire da prima che fosse figo, tirarmela da fantasy nerd veterana e con aria di consumata condiscendenza guardare dall’alto in basso i nuovi arrivati sul traino della HBO, criticare ogni fotogramma in quanto trasposizione imperfetta di un capolavoro e avere le mutande di George R. R. Martin autografate appese come un vessillo sopra la testiera del letto. Invece no. Invece è successo che ho visto il faccino triste di Boromir, figlio-di-Denethor-reggente-di-Gondor, sulla primissima immagine promozionale, seduto su un trono di spade (che di per sè, ammettiamolo, fa la sua porca figura) e avevo la mezza idea di dargli una chance, anche se il fantasy in tv degenera rapidamente e avevo paura di consumarmi il naso a facepalm (come con la Spada della Verità, di partenza saga discreta portata in tv per precipitare come il figlio di Michael Jackson dalla finestra dell’Adlon Kempinsky in un universo alternativo).

Poi ho visto il barbaro e sono stata ottenebrata dagli ormoni, il che ha spazzato via ogni rimostranza. Adesso sono completamente dipendente, ho comprato in blocco tutti e nove i libri dell’edizione italica e non sarebbe corretto dire che ho la scimmia, piuttosto un gorilla obeso piazzato sulla clavicola.
Visivamente trovo impossibile non innamorarsi di una serie che – oltre ad essere scritta magistralmente, avere un’ottima fotografia e un accento britannico – comprenda operazioni alle tonsille a mani nude, uccelli al vento, parecchio incesto, teschi di drago, Peter Dinklage nel ruolo perfetto e una miriade di personaggi che alla maniera di Tolstoj vanno, vengono ma soprattutto soffrono miserevolmente. Contando che sono al libro quarto e che i romanzi sono rispetto alla serie quello che una sachertorte è rispetto a un gianduiotto, starmi vicino e non subire il mio fanatismo è diventato impossibile. Come restare vergini da pesantissimi spoiler, del resto. Non mi sentivo così perdutamente geek da lunga pezza.
Ed è un sentimento meraviglioso, mi allarga il cuore.