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Crazy Once You Know How

19 Gen

“I want a world without gravity
It could be just what I need
I’d watch the stars move close
I’d watch the earth recede
I wanna drift above the borders against my will
I wanna sleep where the angels don’t pass
But now my lips are blue
Gravity does it to you
It’s like they’re pressed against a mirrored glass”

Jim Carroll Band – Wicked Gravity

Una Cenerentola strafatta: così mi sento io. All’alba dei miei 27 anni non sono ancora quella creatura responsabilizzata e stabile che i manuali per Signorine avrebbero dovuto crescere. Non ho ancora imparato a portare i tacchi senza sentirmi un fenicottero zoppo, non indosso adorabili cappellini calati in testa di traverso per fornire le ombre adeguate a una civetteria matura. I miei maestri sono sempre stati individui più o meno allucinati, spesso usciti dalla penna di persone altrettanto allucinate. Così non rispetto gli orologi, né organizzo il mio futuro per punti programmatici. Ho percorso il sentiero alla rovescia partendo dalla piccola mamma-Wendy finché la mia ombra non si è staccata costringendomi a inseguirla con ago e filo. E ad un certo punto di quest’inseguimento siamo rotolate nell’età che Janis non ha mai più oltrepassato. Forse, nonostante il mio spiccato alcolismo e la mia a-religiosità spirituale, finirò per emulare la zia Patti (Smith, non Bouvier), fino al momento in cui non me ne fregherà un accidente dei capelli bianchi e dei baffi e smetterò di avere il faccino di Memole appena sveglia.

Nel dubbio ho passato il compleanno a bere birra rossa e ordinare una quantità di carne e carboidrati sproporzionata per la mia specie, mangiandola con la faccia di qualcuno che sta avendo orgasmi multipli ma con i gomiti lontani dal bordo del tavolo e il tovagliolo sulle ginocchia, perché si può essere barbarici anche senza sbragarsi e dopotutto una nonna anni cinquanta l’ho avuta anche io. Ancora la ho, anche se non tutti i giorni capisce dove e quando siamo. Cosa di cui peraltro non sono sempre sicura neppure io e certamente riveste un’importanza irrisoria rispetto a più elevate questioni dell’esistenza, del tipo se c’è ancora un kinder bueno vagante per casa – in qualsiasi casa mi trovi al momento – e come farò quest’anno ad andare al Greenfield Festival in Svizzera senza indebitarmi fino alle mutande.

Recentemente mi sono tatuata più di una decade di amicizia sul polso sinistro in gaelico, mi sono inchiodata a una nuova laurea e ho partecipato a un tragicomico esperimento collettivo nel regno che fu di Kafka, quello che nel museo praghese è rappresentato da un archivio di torri nere metallizzate, telefoni che trillano e una slavina di ticchettii, basandosi sulle sue descrizioni dell’ufficio come dominio dell’Angoscia e dell’Alienazione. Kafka, gente. L’uomo che sognò di svegliarsi scarafaggio e di essere schifato e abbandonato da familiari e conoscenti fino a una lenta morte per inedia, trovava alienante lavorare nel ramo assicurativo. Go figure. Fortunatamente chi ha valutato il modulo del pre-colloquio deve aver capito che è assai più probabile che io appicchi gli incendi piuttosto che trovarmi a vendere polizze che ne rimborsino i danni, quindi ho scansato ancora una volta il favoloso mondo del tampinamento a provvigione. Sono ancora in tempo per ripiegare su più interessanti occupazioni – come la figurante della cameriera ottocentesca nella casa di Sherlock Holmes, mestiere dei sogni numero 980 scoperto quest’autunno a Londra. Insieme all’insostenibile ebbrezza di essere rapinata nel mezzo di un moshipit, imparare a riderci su con molta pazienza da parte di un’amica e di un probabile spacciatore di origine africana (tuttavia molto gentile nell’aiutarmi a compilare la denuncia) e farmi tirar su il morale da un pakistano dolcissimo che mi vende bottigliette d’acqua alle sei del mattino a Liverpool Street Station e solidarizza con la mia faccia sbattuta, l’influenza e il vagare in NessunLuogo del sentirsi stranieri. Ho ancora promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire, come dice la poesia. Non ho ancora capito come si fa a fermarsi. Forse l’anno prossimo imparerò.

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