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Time is not given and time is not taken

28 Feb


God, I pity the violins
In glass coffins they keep coughing
They’ve forgotten, forgotten how to sing

All the Rowboats – Regina Spektor

A Settembre iniziavo il tirocinio attraversando Genova di corsa, con la borsa di Amsterdam a strusciarmi sul ginocchio e Regina Spektor nelle orecchie. Far mi ha fatto compagnia ad ogni semaforo, con l’umidità che mi incollava la camicetta a quadri alla schiena e le dita piene di polvere dopo aver passato le mie ore infrasettimanali a rimettere insieme pezzi d’Africa al museo. Ho ascoltato per la prima volta Laughing with attraversando le strisce verso la stazione, scivolando tra la folla come se esistessi in una realtà parallela e potessero vedermi solo con la coda dell’occhio e un po’ di fortuna. Mentre mi ridipingevo le unghie di varie tonalità di blu prima di prendere il treno cantavo sottovoce Blue Lips, facendo collegamenti nerdici alle puntate di Doctor Who guardate leccando via dai polpastrelli la farina della pizza ai porcini, ogni volta che arrivavo al verso blue, the colour of our planet from far far away/blue the most human colour. Non ho mai perso l’abitudine della ragazzina che sono stata, anche se non ricordo più le canzoni parola per parola, come in Eet. You spent half of your life trying to fall behind/you’re using your headphones to drown out your mind. Non sono più sul sedile posteriore della Lancia Thema di papà, a schiacciare forte i tasti del walkman per far riscorrere un frammento di canzone sul nastro, ma quella bambina bionda e semi-isolazionista esiste ancora in quella bizzarra figura seduta in fondo all’autobus, in converse e capelli rossi spettinati, che dovrebbe somigliare a un’adulta.

Ho ascoltato 11:11 guardando scorrere dal finestrino del regionale ogni minuscola cittadina marittima di pietra, sabbia e palme pensando che la me stessa futura probabilmente è incastrata nelle parole di Buildings, perché non ho mai potuto resistere al terzo Long Island, anche se so che mi sveglierò con la bocca che sa di roadkill e un vago imbarazzo. Ma mi basta scorrere il dito sull’iPod per trovare anche Begin to Hope e la tranquilla consapevolezza che la vita è così per tutti, and everyone must breathe until their dying breath, insieme a tutto il rassicurante no-nonsense ebraico su come funziona l’universo di On the Radio. Senza contare che avere qualcuno che ti comprenda anche quando non sei perfetta, che ti riporti a casa e ti infili il pigiama, amandoti esattamente come sei, è una fortuna immensa che spero di avere vent’anni a questa parte, scongiurando il pericolo di finire come la she di Braille, che si conta le smagliature sul parquet, dopo aver partorito un piccolo Elvis.

Il 2011 per me è stato l’anno di Regina, mentre finivo l’università o almeno una parte di università, iniziata con una serie di prime volte, qualche milione di treni e qualche milione di canzoni, dal primo esame preparato con The Doors in infinito loop a questi ultimi mesi di tesi e di Congo, sognando ad occhi aperti su Samson mentre studiavo mitologia greca per l’ultima, buffa, volta che mi sarei seduta su una sediolina di plastica con una bracciata di libri e i palmi sudati, prima di disquisire di Ermete Trismegisto e del culto di Demetra.
Adesso è Febbraio, mancano due settimane dalla fine di tutto e a cucire insieme sei anni di ricordi ho una playlist quasi infinita.