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So you sing me a slow song darlin’

28 Set

Brothers and sisters know that anytime or late at night,
If you call I will answer, I’m open ears though tired eyes
But the world closed it’s arms on us now
Can I get a witness pretty baby?
I still love Tom Petty songs
And driving old men crazy”

Gaslight Anthem – Even the cowgirls get the blues

In questi mesi ho lasciato il cuore in Scozia, il fegato in Repubblica Ceca e un dente da 3 cm nello studio del mio dentista. Sono tornata dalla terra del verde impossibile e della Caledonian con una copia di Skagboys in una borsa gigante mezza mangiucchiata, un numero imbarazzante di tascabili di Terry Pratchett e la ferma convinzione che in una vita precedente dovevo essere britannica. Anche se l’accento americano continua a farmi fare le fusa e quando mi raccontano New York penso che prima o poi dovrò perdermici e allungare il passo fino al New Jersey (quello di Springsteen, non quello di Jersey Shore – che di GTL condivido giusto la L) alla ricerca dei miei lontani parenti partiti sessant’anni fa e mai più tornati. Ma amo la pioggia, la birra socialmente accettabile a ogni ora del giorno, la sovrabbondanza di ginger e di persone dall’aria malaticcia, come la mia, i denti macchiati di té e la capacità di friggere qualsiasi cosa edibile, che sicuramente verrà più buona. Nel caso, si può sempre aggiungere del bacon. Senza contare che Edimburgo è spettacolare al tramonto, quando per mezza giornata non piove e in giro non c’è nessuno tranne un trentenne con i capelli sugli occhi e una chitarra. Cantava Johnny Cash con quello stesso tono ruvido e vagamente mournful di cui mi sono innamorata mille volte – e se avessi potuto fermare il tempo l’avrei fatto senza rimpianti.

Quanto a Praga, si sta lentamente evolvendo nella sorella minore di Amsterdam: per quanto illegale sembra che ti piova l’erba addosso, il cibo è più che appetibile e pure gli agenti di polizia con gli occhi blu e la barba da mezza giornata, attirando un sacco di gente che vuole divertirsi e non pensare troppo, esattamente come noi. Nonostante gli aerei e le bambine che si schiaffano contro le porte facendo scattare l’allarme, le ore di sonno perdute e quelle interminabili a Malpensa 1 e 2, le api che amano i trdelnik alla nutella più di noi e il pellegrinaggio a Panna Maria Vítězná per spezzare l’influenza di Kafka, che ci ha tirato sfiga finché non ho provato alla Madonna e all’universo che sono in grado di entrare in una chiesa senza prendere fuoco. Ora che ho la bocca piena di sangue e mi gratto la guancia da due ore come una pazza in attesa che passi l’anestesia al palato e questo dannato formicolio, sono belle cose a cui ripensare. Così come molte altre che le parole sminuirebbero, ma che ti lasciano addosso quel senso di tenera nostalgia che non ti scrolli di dosso neppure nel sonno e ritrovi solo nelle canzoni.

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Time is not given and time is not taken

28 Feb


God, I pity the violins
In glass coffins they keep coughing
They’ve forgotten, forgotten how to sing

All the Rowboats – Regina Spektor

A Settembre iniziavo il tirocinio attraversando Genova di corsa, con la borsa di Amsterdam a strusciarmi sul ginocchio e Regina Spektor nelle orecchie. Far mi ha fatto compagnia ad ogni semaforo, con l’umidità che mi incollava la camicetta a quadri alla schiena e le dita piene di polvere dopo aver passato le mie ore infrasettimanali a rimettere insieme pezzi d’Africa al museo. Ho ascoltato per la prima volta Laughing with attraversando le strisce verso la stazione, scivolando tra la folla come se esistessi in una realtà parallela e potessero vedermi solo con la coda dell’occhio e un po’ di fortuna. Mentre mi ridipingevo le unghie di varie tonalità di blu prima di prendere il treno cantavo sottovoce Blue Lips, facendo collegamenti nerdici alle puntate di Doctor Who guardate leccando via dai polpastrelli la farina della pizza ai porcini, ogni volta che arrivavo al verso blue, the colour of our planet from far far away/blue the most human colour. Non ho mai perso l’abitudine della ragazzina che sono stata, anche se non ricordo più le canzoni parola per parola, come in Eet. You spent half of your life trying to fall behind/you’re using your headphones to drown out your mind. Non sono più sul sedile posteriore della Lancia Thema di papà, a schiacciare forte i tasti del walkman per far riscorrere un frammento di canzone sul nastro, ma quella bambina bionda e semi-isolazionista esiste ancora in quella bizzarra figura seduta in fondo all’autobus, in converse e capelli rossi spettinati, che dovrebbe somigliare a un’adulta.

Ho ascoltato 11:11 guardando scorrere dal finestrino del regionale ogni minuscola cittadina marittima di pietra, sabbia e palme pensando che la me stessa futura probabilmente è incastrata nelle parole di Buildings, perché non ho mai potuto resistere al terzo Long Island, anche se so che mi sveglierò con la bocca che sa di roadkill e un vago imbarazzo. Ma mi basta scorrere il dito sull’iPod per trovare anche Begin to Hope e la tranquilla consapevolezza che la vita è così per tutti, and everyone must breathe until their dying breath, insieme a tutto il rassicurante no-nonsense ebraico su come funziona l’universo di On the Radio. Senza contare che avere qualcuno che ti comprenda anche quando non sei perfetta, che ti riporti a casa e ti infili il pigiama, amandoti esattamente come sei, è una fortuna immensa che spero di avere vent’anni a questa parte, scongiurando il pericolo di finire come la she di Braille, che si conta le smagliature sul parquet, dopo aver partorito un piccolo Elvis.

Il 2011 per me è stato l’anno di Regina, mentre finivo l’università o almeno una parte di università, iniziata con una serie di prime volte, qualche milione di treni e qualche milione di canzoni, dal primo esame preparato con The Doors in infinito loop a questi ultimi mesi di tesi e di Congo, sognando ad occhi aperti su Samson mentre studiavo mitologia greca per l’ultima, buffa, volta che mi sarei seduta su una sediolina di plastica con una bracciata di libri e i palmi sudati, prima di disquisire di Ermete Trismegisto e del culto di Demetra.
Adesso è Febbraio, mancano due settimane dalla fine di tutto e a cucire insieme sei anni di ricordi ho una playlist quasi infinita.

Hellhound on my trail

31 Gen

Robert Johnson ha venduto l’anima al Diavolo dei Crocicchi, o forse erano i Lari Compitales, o forse era Ecate vestita da mendicante. Sicuramente con questa storia ci si è mantenuto quasi una decina d’anni, di blues sporco e di chitarra, fino ad una morte per circostanze incerte. Forse se lo sono davvero venuti a prendere i mastini. Forse si è beccato una coltellata perché aveva la lingua lunga, forse ha bevuto dalla bottiglia sbagliata – ma quale blasfemo avvelenerebbe il tuo whisky, specialmente quando potrebbe conteggiare i giorni che ti separano dalla cirrosi epatica? Greil Marcus racconta dieci fatti della sua vita senza alcun ancoraggio con la realtà ed il mio preferito riguarda una donna con gli occhi rivolti al cielo e un uomo con una lingua peggiore della sua. Zora Neale Hurston saw him playing on the street in Harlem; she introduced him to Langston Hughes. The three read and sang back and forth until Hughes wrote in his journal, “We all wanted to be each other.”

Ci sono persone che andrebbero ricordate così, come si sono inventate o come qualcun altro le ha immaginate, ascoltando dischi, preferibilmente a notte fonda, preferibilmente con una sigaretta in bocca. Tom Waits è un altro che ama raccontare tutto senza rivelare niente, I never told the truth so I can never tell a lie, lasciando che alla sua nascita si possano associare sedili posteriori di un taxi e una voce già arrochita, e quel suono sembra fatto per i frame fissi in bianco e nero dei bar con il pavimento appiccicoso e i mozziconi aranciati delle sigarette di puro tabacco americano abbandonati ovunque come bossoli, ma anche per l’asfalto bagnato di pioggia e la colazione all’alba e tutti quei sentimenti più caldi di gente che passa le serate tremando accanto alla persona che ama, perché sono giorni di rose. E a ben guardarlo il Diavolo dei Crocicchi potrebbe essere lui, con quel cappello di traverso e quel sorriso tutto gengive, ma soprattutto con una voce che ti scioglie la spina dorsale e l’abilità di fare delle parole quello che vuole, sempre.