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Darling, darling that dam’s gonna give

4 Gen

keep climbing into my head without knockin’
and you fix yourself there like a map pin

Fionn Regan, Dogwood Blossom

(Klimt)

Scrivere cercando di darsi un tono professionale, distaccato, didattico. E fallire miseramente, perché tra This is England ’88 (in cui ci si intenerisce fino allo scioglimento davanti a Woody, Lol e Combo, che dietro a ogni skinhead c’è un giardino incantato) e Il Pornografo di Vienna (Schiele e la criptopedofilia incestuosa, con un tocco di Klimt) ho inziato l’anno con tutt’altra dimensione. Io e Schiele abbiamo in comune una sola cosa, essere finiti nei guai per aver disegnato prostitute. Io con i turbocolor in prima media, tirando scema una prof che già mi detestava e che mi vedeva come una ninfomane in erba (in compenso la vedo tutt’ora come una frigida isterica, siamo pari). Lui sotto processo e simil-lapidazione per aver dipinto le donne che gli altri scopavano contro i muri negli angoli bui e che nel reparto di ostetricia si trascinavano per i corridoi con i neonati al collo, implorando una moneta in cambio di servizi futuri, con la pelle butterata sotto la cipria e i denti gialli. L’anno scorso a Vienna le ho guardate appese ai muri di una residenza regale, con i finestroni giganti aperti su una distesa di tegole innevate popolate da corvi. Ero venuta per Klimt, che mi è sempre apparso così privo di morbosità da diventare speciale e sono rimasta dieci minuti a fissare la Morte e la Vita, ma il mio affetto va a Egon, con le sue ossessioni in rosso e nero come uno sputo in faccia, di quelli belli espettorati, alle ferrovie e alle accademie e alla rispettabilità disforica dei puttanieri maritati.

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