Terre Selvagge

27 Mar

When it all goes quiet behind my eyes, I see everything that made me lying around in invisible pieces. When I look too hard, it goes away. And when it all goes quiet, I see they are right here. I see that I’m a little piece in a big, big universe. And that makes things right. When I die, the scientists of the future, they’re gonna find it all. They gonna know, once there was a Hushpuppy, and she live with her daddy in the Bathtub.

Beasts of the Southern Wild – Hushpuppy

L’universo riassunto nella visione di una bambina di sei anni con gli stivaloni bianchi da pioggia e una spiccata avversione per i pantaloni, cresciuta allo stato brado nel mezzo di un bayou da un padre che rifiuta la società civile. La microcomunità della Grande Vasca, che gira intorno ai granchi croccanti e all’alcol fatto in casa, con occasionale alligatore fritto e impanato. Una comunità dove si celebra il Mardi Gras e un’educazione mitico-pratica che ti rende un animale forte, non uno di quelli che vengono mangiati. Esattamente come i porcelloni preistorici usciti dai ghiacci – “allora siamo un po’ amici” – che non si mangiano Hushpuppy né la calpestano a morte. Perché lei è come loro, pur essendo un mucchietto di ossa e muscoli alto suppergiù cinquanta centimetri. Credo che questo Beasts of the Southern Wild sia uno dei film più belli degli ultimi dieci anni e credo che sia il genere di storia di cui ho bisogno, adesso che anche io vengo sradicata da un tornado metaforico.
Per essere una persona abituata a vagare, trovavo confortante l’idea di una casa a cui tornare, almeno ogni tanto, dove appendere alle pareti biglietti d’aereo e piccoli frammenti di passato. Ma affezionarsi è sempre rischioso, anche alle case.

Dentro di me c’è un misantropo isolazionista che sfiderebbe la Natura stessa inveendo contro il cielo armato di padelle anziché portare via le chiappe e anche in fretta, prima di affogare sotto a un muro d’acqua. Purtroppo non sta a me decidere e non mi resta che finire questa bottiglia di rosso, accendere un’ultima sigaretta e asciugarmi la faccia. Potrei anche farmi piacere l’alligatore, chissà. O la carne di canguro essiccata, pure se mi hanno detto essere una cosa immonda. Ma trasloco per trasloco questa volta vorrei davvero pensare in grande e saltare l’oceano. Magari il suolo è migliore e le radici per una volta terranno.

Crazy Once You Know How

19 Gen

“I want a world without gravity
It could be just what I need
I’d watch the stars move close
I’d watch the earth recede
I wanna drift above the borders against my will
I wanna sleep where the angels don’t pass
But now my lips are blue
Gravity does it to you
It’s like they’re pressed against a mirrored glass”

Jim Carroll Band – Wicked Gravity

Una Cenerentola strafatta: così mi sento io. All’alba dei miei 27 anni non sono ancora quella creatura responsabilizzata e stabile che i manuali per Signorine avrebbero dovuto crescere. Non ho ancora imparato a portare i tacchi senza sentirmi un fenicottero zoppo, non indosso adorabili cappellini calati in testa di traverso per fornire le ombre adeguate a una civetteria matura. I miei maestri sono sempre stati individui più o meno allucinati, spesso usciti dalla penna di persone altrettanto allucinate. Così non rispetto gli orologi, né organizzo il mio futuro per punti programmatici. Ho percorso il sentiero alla rovescia partendo dalla piccola mamma-Wendy finché la mia ombra non si è staccata costringendomi a inseguirla con ago e filo. E ad un certo punto di quest’inseguimento siamo rotolate nell’età che Janis non ha mai più oltrepassato. Forse, nonostante il mio spiccato alcolismo e la mia a-religiosità spirituale, finirò per emulare la zia Patti (Smith, non Bouvier), fino al momento in cui non me ne fregherà un accidente dei capelli bianchi e dei baffi e smetterò di avere il faccino di Memole appena sveglia.

Nel dubbio ho passato il compleanno a bere birra rossa e ordinare una quantità di carne e carboidrati sproporzionata per la mia specie, mangiandola con la faccia di qualcuno che sta avendo orgasmi multipli ma con i gomiti lontani dal bordo del tavolo e il tovagliolo sulle ginocchia, perché si può essere barbarici anche senza sbragarsi e dopotutto una nonna anni cinquanta l’ho avuta anche io. Ancora la ho, anche se non tutti i giorni capisce dove e quando siamo. Cosa di cui peraltro non sono sempre sicura neppure io e certamente riveste un’importanza irrisoria rispetto a più elevate questioni dell’esistenza, del tipo se c’è ancora un kinder bueno vagante per casa – in qualsiasi casa mi trovi al momento – e come farò quest’anno ad andare al Greenfield Festival in Svizzera senza indebitarmi fino alle mutande.

Recentemente mi sono tatuata più di una decade di amicizia sul polso sinistro in gaelico, mi sono inchiodata a una nuova laurea e ho partecipato a un tragicomico esperimento collettivo nel regno che fu di Kafka, quello che nel museo praghese è rappresentato da un archivio di torri nere metallizzate, telefoni che trillano e una slavina di ticchettii, basandosi sulle sue descrizioni dell’ufficio come dominio dell’Angoscia e dell’Alienazione. Kafka, gente. L’uomo che sognò di svegliarsi scarafaggio e di essere schifato e abbandonato da familiari e conoscenti fino a una lenta morte per inedia, trovava alienante lavorare nel ramo assicurativo. Go figure. Fortunatamente chi ha valutato il modulo del pre-colloquio deve aver capito che è assai più probabile che io appicchi gli incendi piuttosto che trovarmi a vendere polizze che ne rimborsino i danni, quindi ho scansato ancora una volta il favoloso mondo del tampinamento a provvigione. Sono ancora in tempo per ripiegare su più interessanti occupazioni – come la figurante della cameriera ottocentesca nella casa di Sherlock Holmes, mestiere dei sogni numero 980 scoperto quest’autunno a Londra. Insieme all’insostenibile ebbrezza di essere rapinata nel mezzo di un moshipit, imparare a riderci su con molta pazienza da parte di un’amica e di un probabile spacciatore di origine africana (tuttavia molto gentile nell’aiutarmi a compilare la denuncia) e farmi tirar su il morale da un pakistano dolcissimo che mi vende bottigliette d’acqua alle sei del mattino a Liverpool Street Station e solidarizza con la mia faccia sbattuta, l’influenza e il vagare in NessunLuogo del sentirsi stranieri. Ho ancora promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire, come dice la poesia. Non ho ancora capito come si fa a fermarsi. Forse l’anno prossimo imparerò.

So you sing me a slow song darlin’

28 Set

Brothers and sisters know that anytime or late at night,
If you call I will answer, I’m open ears though tired eyes
But the world closed it’s arms on us now
Can I get a witness pretty baby?
I still love Tom Petty songs
And driving old men crazy”

Gaslight Anthem – Even the cowgirls get the blues

In questi mesi ho lasciato il cuore in Scozia, il fegato in Repubblica Ceca e un dente da 3 cm nello studio del mio dentista. Sono tornata dalla terra del verde impossibile e della Caledonian con una copia di Skagboys in una borsa gigante mezza mangiucchiata, un numero imbarazzante di tascabili di Terry Pratchett e la ferma convinzione che in una vita precedente dovevo essere britannica. Anche se l’accento americano continua a farmi fare le fusa e quando mi raccontano New York penso che prima o poi dovrò perdermici e allungare il passo fino al New Jersey (quello di Springsteen, non quello di Jersey Shore – che di GTL condivido giusto la L) alla ricerca dei miei lontani parenti partiti sessant’anni fa e mai più tornati. Ma amo la pioggia, la birra socialmente accettabile a ogni ora del giorno, la sovrabbondanza di ginger e di persone dall’aria malaticcia, come la mia, i denti macchiati di té e la capacità di friggere qualsiasi cosa edibile, che sicuramente verrà più buona. Nel caso, si può sempre aggiungere del bacon. Senza contare che Edimburgo è spettacolare al tramonto, quando per mezza giornata non piove e in giro non c’è nessuno tranne un trentenne con i capelli sugli occhi e una chitarra. Cantava Johnny Cash con quello stesso tono ruvido e vagamente mournful di cui mi sono innamorata mille volte – e se avessi potuto fermare il tempo l’avrei fatto senza rimpianti.

Quanto a Praga, si sta lentamente evolvendo nella sorella minore di Amsterdam: per quanto illegale sembra che ti piova l’erba addosso, il cibo è più che appetibile e pure gli agenti di polizia con gli occhi blu e la barba da mezza giornata, attirando un sacco di gente che vuole divertirsi e non pensare troppo, esattamente come noi. Nonostante gli aerei e le bambine che si schiaffano contro le porte facendo scattare l’allarme, le ore di sonno perdute e quelle interminabili a Malpensa 1 e 2, le api che amano i trdelnik alla nutella più di noi e il pellegrinaggio a Panna Maria Vítězná per spezzare l’influenza di Kafka, che ci ha tirato sfiga finché non ho provato alla Madonna e all’universo che sono in grado di entrare in una chiesa senza prendere fuoco. Ora che ho la bocca piena di sangue e mi gratto la guancia da due ore come una pazza in attesa che passi l’anestesia al palato e questo dannato formicolio, sono belle cose a cui ripensare. Così come molte altre che le parole sminuirebbero, ma che ti lasciano addosso quel senso di tenera nostalgia che non ti scrolli di dosso neppure nel sonno e ritrovi solo nelle canzoni.

Only women bleed

1 Giu

A tutte capita di scontrarsi con discorsi maschilisti. Talvolta sventolati con malizia, sapendo di infastidirti come un chiodo arrugginito sulla lavagna. Altre volte sbocciati dalla più candida innocenza, persino con l’intenzione di rivolgerti un complimento, perché trattarti come un essere vulnerabile, sciocchino e bisognoso di protezione per questioni genetiche è sfoggio di galanteria, o così gli è stato insegnato. Capita persino che vengano interiorizzati e riproposti da altre donne, che si dichiarano offese dal femminismo perché – dicono – schiaccia la femminilità. Una femminilità che immancabilmente deriva dall’utero. Come se il peso delle ovaie nel ventre trascinasse in basso il nostro cervello, rendendoci inscindibili dal nostro sesso. Nelle favole la principessa è per tradizione la fanciulla devota e ubbidiente. Per contro, la donna che possiede un qualche genere di potere è una strega, anche in quel caso detentrice di un potere di natura derivativa (magica, demoniaca – in prestito). Deve essere un’androgina o una seduttrice lasciva, la versione distorta di una donna normale. Tota mulier in utero. Fare figli, accudire gli uomini e i membri anziani della tribù. Un’ausiliaria, mai una protagonista. Un complemento e non un soggetto. I giochi tradizionali delle bambine sono bambole da cullare e piccoli ferri da stiro, lavastoviglie, pentolini. In alternativa oggetti che ruotano intorno alla costruzione di un aspetto appetibile o prototipi di future noi stesse con armadi infiniti. “Donna non si nasce, si diventa” – diceva Simone de Beauvoir.

Margaret Mead ha documentato l’evidenza di questo assunto, scoprendo in Nuova Guinea che la categorizzazione archetipica dei sessi è culturale, non naturale, di certo non inevitabile.
La zoologia e l’etologia forniscono esempi di variazione dello schema che comprendono, oltre alla cura collettiva della prole, alla gerarchizzazione matriarcale e alla poliandria, persino gravidanze maschili (Ippocampo). Eppure lo stereotipo è duro a morire.

L’uomo è ragione, la donna è sentimento. Sempre riprendendo la de Beauvoir, l’uomo non è obbligato a parlare di sé definendosi come uomo innanzitutto. E’ un dato scontato. Non viene considerato rappresentativo di un sottogenere-maschio, bensì di umanità nel suo insieme. Una donna dovrà sempre partire dal dato biologico, sempre legata al femminino in sé, questo astratto con cui sarà sempre confrontata e che è tenuta a rappresentare. I lavori che le donne “sanno fare meglio” sono tutti collegati con la cura di un terzo, dell’ambiente-casa o di una collettività, giustificando questa associazione con la gravidanza e il parto, dimenticandosi che si tratta di una scelta e non di un obbligo e che non ci può definire come esseri umani quanto la possibilità di una paternità non definisce un uomo. L’unica associazione uomo-padre passa per il concetto di Autorità, innalzandosi fino al divino.

Negare questa differenziazione orientata all’esclusività significa – all’interno di questo paradigma – invadere il campo, negare il proprio essere donne. Nelle parole di Rebecca West, “la gente mi definisce una femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenzino da uno zerbino o da una prostituta”.

E allora va bene, femminista. Anche questa volta per opposizione, ma che ci vogliamo fare: i maschilisti ci percepiscono solo così.

Time is not given and time is not taken

28 Feb


God, I pity the violins
In glass coffins they keep coughing
They’ve forgotten, forgotten how to sing

All the Rowboats – Regina Spektor

A Settembre iniziavo il tirocinio attraversando Genova di corsa, con la borsa di Amsterdam a strusciarmi sul ginocchio e Regina Spektor nelle orecchie. Far mi ha fatto compagnia ad ogni semaforo, con l’umidità che mi incollava la camicetta a quadri alla schiena e le dita piene di polvere dopo aver passato le mie ore infrasettimanali a rimettere insieme pezzi d’Africa al museo. Ho ascoltato per la prima volta Laughing with attraversando le strisce verso la stazione, scivolando tra la folla come se esistessi in una realtà parallela e potessero vedermi solo con la coda dell’occhio e un po’ di fortuna. Mentre mi ridipingevo le unghie di varie tonalità di blu prima di prendere il treno cantavo sottovoce Blue Lips, facendo collegamenti nerdici alle puntate di Doctor Who guardate leccando via dai polpastrelli la farina della pizza ai porcini, ogni volta che arrivavo al verso blue, the colour of our planet from far far away/blue the most human colour. Non ho mai perso l’abitudine della ragazzina che sono stata, anche se non ricordo più le canzoni parola per parola, come in Eet. You spent half of your life trying to fall behind/you’re using your headphones to drown out your mind. Non sono più sul sedile posteriore della Lancia Thema di papà, a schiacciare forte i tasti del walkman per far riscorrere un frammento di canzone sul nastro, ma quella bambina bionda e semi-isolazionista esiste ancora in quella bizzarra figura seduta in fondo all’autobus, in converse e capelli rossi spettinati, che dovrebbe somigliare a un’adulta.

Ho ascoltato 11:11 guardando scorrere dal finestrino del regionale ogni minuscola cittadina marittima di pietra, sabbia e palme pensando che la me stessa futura probabilmente è incastrata nelle parole di Buildings, perché non ho mai potuto resistere al terzo Long Island, anche se so che mi sveglierò con la bocca che sa di roadkill e un vago imbarazzo. Ma mi basta scorrere il dito sull’iPod per trovare anche Begin to Hope e la tranquilla consapevolezza che la vita è così per tutti, and everyone must breathe until their dying breath, insieme a tutto il rassicurante no-nonsense ebraico su come funziona l’universo di On the Radio. Senza contare che avere qualcuno che ti comprenda anche quando non sei perfetta, che ti riporti a casa e ti infili il pigiama, amandoti esattamente come sei, è una fortuna immensa che spero di avere vent’anni a questa parte, scongiurando il pericolo di finire come la she di Braille, che si conta le smagliature sul parquet, dopo aver partorito un piccolo Elvis.

Il 2011 per me è stato l’anno di Regina, mentre finivo l’università o almeno una parte di università, iniziata con una serie di prime volte, qualche milione di treni e qualche milione di canzoni, dal primo esame preparato con The Doors in infinito loop a questi ultimi mesi di tesi e di Congo, sognando ad occhi aperti su Samson mentre studiavo mitologia greca per l’ultima, buffa, volta che mi sarei seduta su una sediolina di plastica con una bracciata di libri e i palmi sudati, prima di disquisire di Ermete Trismegisto e del culto di Demetra.
Adesso è Febbraio, mancano due settimane dalla fine di tutto e a cucire insieme sei anni di ricordi ho una playlist quasi infinita.

Hellhound on my trail

31 Gen

Robert Johnson ha venduto l’anima al Diavolo dei Crocicchi, o forse erano i Lari Compitales, o forse era Ecate vestita da mendicante. Sicuramente con questa storia ci si è mantenuto quasi una decina d’anni, di blues sporco e di chitarra, fino ad una morte per circostanze incerte. Forse se lo sono davvero venuti a prendere i mastini. Forse si è beccato una coltellata perché aveva la lingua lunga, forse ha bevuto dalla bottiglia sbagliata – ma quale blasfemo avvelenerebbe il tuo whisky, specialmente quando potrebbe conteggiare i giorni che ti separano dalla cirrosi epatica? Greil Marcus racconta dieci fatti della sua vita senza alcun ancoraggio con la realtà ed il mio preferito riguarda una donna con gli occhi rivolti al cielo e un uomo con una lingua peggiore della sua. Zora Neale Hurston saw him playing on the street in Harlem; she introduced him to Langston Hughes. The three read and sang back and forth until Hughes wrote in his journal, “We all wanted to be each other.”

Ci sono persone che andrebbero ricordate così, come si sono inventate o come qualcun altro le ha immaginate, ascoltando dischi, preferibilmente a notte fonda, preferibilmente con una sigaretta in bocca. Tom Waits è un altro che ama raccontare tutto senza rivelare niente, I never told the truth so I can never tell a lie, lasciando che alla sua nascita si possano associare sedili posteriori di un taxi e una voce già arrochita, e quel suono sembra fatto per i frame fissi in bianco e nero dei bar con il pavimento appiccicoso e i mozziconi aranciati delle sigarette di puro tabacco americano abbandonati ovunque come bossoli, ma anche per l’asfalto bagnato di pioggia e la colazione all’alba e tutti quei sentimenti più caldi di gente che passa le serate tremando accanto alla persona che ama, perché sono giorni di rose. E a ben guardarlo il Diavolo dei Crocicchi potrebbe essere lui, con quel cappello di traverso e quel sorriso tutto gengive, ma soprattutto con una voce che ti scioglie la spina dorsale e l’abilità di fare delle parole quello che vuole, sempre.

Darling, darling that dam’s gonna give

4 Gen

keep climbing into my head without knockin’
and you fix yourself there like a map pin

Fionn Regan, Dogwood Blossom

(Klimt)

Scrivere cercando di darsi un tono professionale, distaccato, didattico. E fallire miseramente, perché tra This is England ’88 (in cui ci si intenerisce fino allo scioglimento davanti a Woody, Lol e Combo, che dietro a ogni skinhead c’è un giardino incantato) e Il Pornografo di Vienna (Schiele e la criptopedofilia incestuosa, con un tocco di Klimt) ho inziato l’anno con tutt’altra dimensione. Io e Schiele abbiamo in comune una sola cosa, essere finiti nei guai per aver disegnato prostitute. Io con i turbocolor in prima media, tirando scema una prof che già mi detestava e che mi vedeva come una ninfomane in erba (in compenso la vedo tutt’ora come una frigida isterica, siamo pari). Lui sotto processo e simil-lapidazione per aver dipinto le donne che gli altri scopavano contro i muri negli angoli bui e che nel reparto di ostetricia si trascinavano per i corridoi con i neonati al collo, implorando una moneta in cambio di servizi futuri, con la pelle butterata sotto la cipria e i denti gialli. L’anno scorso a Vienna le ho guardate appese ai muri di una residenza regale, con i finestroni giganti aperti su una distesa di tegole innevate popolate da corvi. Ero venuta per Klimt, che mi è sempre apparso così privo di morbosità da diventare speciale e sono rimasta dieci minuti a fissare la Morte e la Vita, ma il mio affetto va a Egon, con le sue ossessioni in rosso e nero come uno sputo in faccia, di quelli belli espettorati, alle ferrovie e alle accademie e alla rispettabilità disforica dei puttanieri maritati.

White guilt trip

6 Dic

E’ tardi, per il senso di colpa bianco.
Per guardare perplessi il caffé, il cacao, lo zucchero, la gomma della suola delle Converse, come se non li avessimo mai davvero visti.
Ma non riesco più a guardare niente di tutto questo con gli stessi occhi, niente è più neutrale, domestico, confortevole, non dopo più di un mese a leggere compulsivamente centinaia di pagine su mutilazioni e colpi di frusta e aver saltabeccato per internet comparando luoghi e ricordi di letture passate per intrecciarli ai fatti nuovi, che tanto nuovi non sono visto che si parla di secoli fa. Avrebbe molto più senso indagare su quello che succede oggi anziché rompersi la testa su storia così vecchia, però riesce a dare una dimensione tutta diversa al nostro posto nel mondo.

Una carrellata di umanità, per trarre un’unica conclusione logica: l’Homo Sapiens Sapiens è naturalmente un animale stronzo, per conformazione ed evoluzione. Sì, ha anche una sensibilità profonda, crea musica, ha inventato le parole e le ha messe insieme in migliaia di combinazioni e accenti diversi, racconta storie dando prova di un’immaginazione dalle potenzialità quasi illimitate, è capace di grandi atti di altruismo e rinuncia, ha creato l’arte, ha creato il concetto di legge, di fratellanza, di giustizia, di etica e di morale, che salvo impiccarcisi accidentalmente ogni tanto o usarli come grimaldello sono tutti concetti logici della più alta natura.
Eppure, statisticamente, è uno stronzo ingordo.
E per quanto nulla di quello che ci possiamo rimproverare differisca in minima parte dal resto del mondo, la memoria storica di tutto quello che ci ha implicato in modo diretto è abbastanza da costringere a riflettere. Poiché va detto che tra i belligeranti, sanguinari e sadici scimmioni pelati che popolano questo pianeta, per quanto tutti più o meno in grado di compiere atti di creativa oscenità, gli europei sono stati storicamente i più rognosi avidi figli di puttana che Madre Natura abbia scelto di dotare degli strumenti adatti a spostarci velocemente attraverso gli spazi bianchi sulle mappe, carichi di germi e della relativa sicurezza tecnologica, per andare a piantare bandierine su tutti gli angoli del globo dove non avevano mai visto le nostre facce scolorite da clima temperato e costante.

Diamond, in Armi, acciaio e malattie, spiegava così la nostra propensione a mettere le mani su qualsiasi risorsa consumabile e appropriarcene con due crocette su un foglio o, alla peggio, una cassa di gin e un po’ di mazzate d’incentivo.
Non è che gli altri non ci avessero mai pensato o difettassero della volontà o del genio, semplicemente abbiamo avuto fortuna.
Fortuna a crescere in una posizione di comunicazione che ci ha permesso di imparare quello a cui non arrivavamo da soli, di allevare maiali, buoi e galline e viverci a stretto contatto sviluppando anticorpi anche se non potevamo direttamente affondarci i denti, fortuna a fare della polvere da sparo un modo per ammazzare senza esporsi a spiacevoli sbudellamenti ravvicinati anziché una base per i fuochi d’artificio, ad avere i cavalli e il legno adatto a fare navi robuste, ad inventare cose nuove (come gli pneumatici) proprio mentre ci imbattevamo in enormi riserve fino ad allora intoccate (come gli alberi della gomma nelle foreste pluviali) delle materie prime necessarie, guadagnandoci una barca di soldi – oppure trovare nuove materie e trasformarle in soldi, con altrettanto talento.
Fortuna, non predestinazione.
La violenza è insita nella specie quanto l’amore, se non di più. Gli esseri umani sono in grado di mettere la loro creatività di homo faber sia al servizio del Bene sia al servizio della Carognaggine Speculativa, il tutto con lo stesso incredibile talento.

Ciò non toglie che, per quanto non abbiamo inventato nulla, siamo stati geniali nel perfezionarlo e portarlo all’eccesso.
Per fare due esempi tra i milioni, prima troncavamo le mani agli africani “pigri” che non rispettavano le quote, ora i cinesi che costruiscono gli iPad alla Foxconn per 51 centesimi all’ora firmano contratti in cui dichiarano di non ritenere l’azienda responsabile in caso di suicidio, meraviglioso tocco di progresso. Entrambe pratiche già in uso (la mutilazione punitiva e lo sfruttamento dei dipendenti) da secoli nei paesi di origine, esasperate grazie al contributo attivo (come colonialisti) o passivo (come consumatori voraci) dei nostri talentuosi e inebetiti culi ciccioni. Un applauso.
E ora vado a farmi un bel te Earl Grey, pensando alle Indie britanniche, messe in ginocchio dai debiti con la Cina, assaggiando il déjà vu.

Pieces of Jennifer’s body

26 Set

*Sì, contiene spoilers, ma il film è abbastanza vecchio perché già sappiate tutto*

Questo è uno dei pochi film che ha fatto unanimemente cagare sia i patiti del genere che gli avventori accidentali – un po’ come Conan il manzofantasy, pur se fortunatamente senza la piaga del 3D, all’epoca isolato al mondo dei cartoni insieme ai suoi rayban di plastica e all’effetto labirintite incluso nel prezzo del biglietto.
Ovviamente, a me è piaciuto. Non ho speso un centesimo per vedere l’armoniosa Megan pre-orgia botulinica in varie pose più o meno inarcate per meglio evidenziarne il culo, né per assistere al tentativo malriuscito di far sembrare cessa una come la Seyfried, che più che ad Ugly Betty – come la apostrofa amorevolmente Seth Cohen in versione stronzo – somiglia a Barbie Bibliotecaria, il che ha notevolmente ridotto l’astio di chi invece ci ha rimesso sette euri sudati aspettandosi un horror in chiave indie. Ho potuto godere di tutta la sua gloria trash beccandolo per caso in tv e penso di poter dire che in realtà non è un brutto film: è solo vittima di un grande equivoco.

Jennifer’s Body non è un horror. E’ una presa per il culo di medie pretese. Se l’avessero commercializzato come tale, avrebbe funzionato. Lo hanno ammazzato l’hype di pre-produzione, l’odio generalizzato per Diablo Cody – la donna che fa figo odiare, dopo Juno e il (divertente) libro sulla sua vita da stripper – e il fatto che sì, Megan Fox è effettivamente un po’ cagna. Anche se in alcune scene riesce ad essere convincente, quindi potrebbe anche essere la paralisi cosmetica.
Non siamo troppo duri con il suo fascino indiscutibile da strappona d’assalto, che qui aveva in fin dei conti ragion d’essere.
La critica più grande che gli ho sentito fare è “non fa neanche paura”. Il punto è che non deve. Quello che avvicina JB a Denti, più che a Lasciami Entrare, è lo spirito autoironico. Già dalle premesse, con una indie band dalle ambizioni strappamutande che spera di sfondare sacrificando una vergine a Satana (“Do you wanna be the guy from Maroon 5?”), prendendo una sola clamorosa perché se squarci una non-vergine ti trovi un succubus tra i piedi e il loro metodo di identificazione era l’occhio esperto di un ex nerd di OC. Certo, c’è l’arruffianamento delle battutine edgy, della parlata adolescenziale più o meno autentica, del disprezzo non troppo velato delle capacità cerebrali delle supergnocche (“Rocky Horror? I hate boxing movies”) e soprattutto il momento topico del fanservice: la mezza slinguata tra Jennifer e Needy, le amiche protagoniste.

Segue a ruota il cliché della reginetta del ballo invidiosa della smart girl, quella che si pensa bruttina ma a cui basta cambiare la montatura degli occhiali e levarsi i maglioni della nonna per rivelare un potenziale maggiore dell’amica bella e stronza. Un minimo di introspezione per non renderlo trito, mostrando la vulnerabilità al confine con l’instabilità mentale di Jennifer e il carattere sadico che il loro rapporto ha sempre avuto, fino alla conclusione in cui, dopo aver sopportato qualunque cosa, si arriva all’ultima goccia – con Jennifer che le mangia il fidanzato e lei che la apre con un tagliacarte (non prima di averci regalato la più triste battuta sui tampax di sempre). Tutto questo potrà essere scontato, ma è divertente. E’ divertente la canzoncina triste-emo che diventa l’inno della città in lutto, il rituale satanico scaricato da internet, la Seyfried che ottiene il potere di levitare come Buddha e menare come un X5, il cameo di Vern Schillinger J.K. Simmons professore sensibile e tonto con una mano artificiale, il fidanzatino di Needy che quando la vede piangere in un momento intimo prima si preoccupa e poi si inorgoglisce pensando di avercelo enorme e tanti altri piccoli momenti da commedia splatter. In fondo è questo il suo vero genere d’appartenenza, le due risate blockbusterose davanti a una pizza untissima da farsi in mutande sul divano. Prendetelo per quello che è e dimenticatelo subito dopo. Senza rancori.

Outside another yellow moon

26 Ago

Che sì, del mio amore per Amsterdam in qualità di enorme parco giochi lo sanno tutti, perché sarebbe impossibile non amare una città dove si può prendere una birra in una piazzetta affollata di turisti, breakdancers, artigiani del fil di ferro e pittori e trovarsi accanto gli Hell’s Angels.
Dove cibo, erba e musica ti si riversano addosso coinvolgendo tutti i sensi, dove si possono trovare asiatici in costume da cazzo (giuro) in mezzo a maschere più tradizionali come Guy Fawkes, Darth Vader e Freddy Krueger, dove versioni alternative di compagni di liceo quasi dimenticati si appropriano con chitarra e amplificatore di piazza Dam per cantare capolavori come Hallelujah e piccole perle emo come Hey There Delilah, annuendo enfaticamente alla strofa “one day I’ll pay the bills with this guitar”, mentre in piazza Rembrandt canta fissa una nanetta bionda in vestitini stretch e zatteroni che sembra divertirsi un mondo.
Dove anziani giamaicani in bicicletta ti fermano per invitarti a casa loro, per un pranzo o per prendere in prestito altre bici e non si capisce se si ha davanti uno spacciatore, un pappone o un’anima cosmopolita, dove ci si bagna i jeans a sedersi sull’erba nel parco e le biciclette sono il Nuovo Ordine Mondiale.

Il mio amore per la Svezia invece è una scoperta nuova. Stoccolma è bellissima. I vichinghi sono bellissimi.
Tutti vestiti H&M a prendere birre dalle 5 di pomeriggio staccando dal lavoro, con isolette minuscole e quiete fatte di pietra e salici piangenti accanto al bordello tipico della grande città, inaspettati soundcheck di band inglesi (?) da trovare seguendo la batteria, sterminate gallerie fotografiche in cui pascolare indisturbati tra Diane Arbus, Robert Mapplethorpe, Robert Capa, Irving Penn, Larry Clark, Nan Goldin e Anders Petersen (lacopertinadiRainDogs e subito il mio cervello ha caricato sul piatto Downtown Train, che mi è rimasta in testa finché non abbiamo trovato al Fotografiska un ulteriore piano tutto di Mapplethorpe e una parete di Patti Smith ha fatto sì che iniziasse a suonare Frederick). Per rimanere a retina spalancata guardando Liu Bolin che si dipinge per scomparire nello sfondo di ogni foto (“The Invisible Man”) in protesta contro un governo che cancella l’arte come fosse una macchia d’unto, accanto a un’esposizione di bellezze nordiche vestite Chanel quasi fossero due pianeti diversi.

Stoccolma è un posto dove è possibile mangiare cosce di renna e di alce (o portarsi a casa la pelle), dove apparentemente tutti adorano la pasta alla carbonara e le torte, dove i vicoli traboccano di fumetterie, rune di ametista, asce, mazzafrusti e piccoli pelosi troll. Rimpiango i venti gradi scarsi, il piumone doppio e i cuscini morbidissimi dell’albergo, il bollitore per il caffé e i libri smangiucchiati degli anni ’60 che era possibile prendere in prestito e leggere sprofondati in poltrona, in questo bizzarro paese dove i canali di cinema fanno film per famiglie alle 8 di sera e porno laidissimi in chiaro alle 11, ché non ha prezzo uscire a mangiare costine di maiale intinte nel Jack Daniel’s quando c’è Where The Wild Things Are e trovarsi un cazzo elefantiaco che trapana una strappona a caso quando ci si lancia sul materasso satolli e in cerca di fim di spessore come The Punisher: War Zone.
Dov’è tutto così organizzato che quando arrivi in Italia a notte fonda e trovi il Malpensa Shuttle con l’autista che cristona animatamente al cellulare mentre ti stacca i biglietti, quasi ti senti sollevato e sorridi, ma dopo un minuto ci vuoi tornare, forse vivere.