Terre Selvagge

27 Mar

When it all goes quiet behind my eyes, I see everything that made me lying around in invisible pieces. When I look too hard, it goes away. And when it all goes quiet, I see they are right here. I see that I’m a little piece in a big, big universe. And that makes things right. When I die, the scientists of the future, they’re gonna find it all. They gonna know, once there was a Hushpuppy, and she live with her daddy in the Bathtub.

Beasts of the Southern Wild – Hushpuppy

L’universo riassunto nella visione di una bambina di sei anni con gli stivaloni bianchi da pioggia e una spiccata avversione per i pantaloni, cresciuta allo stato brado nel mezzo di un bayou da un padre che rifiuta la società civile. La microcomunità della Grande Vasca, che gira intorno ai granchi croccanti e all’alcol fatto in casa, con occasionale alligatore fritto e impanato. Una comunità dove si celebra il Mardi Gras e un’educazione mitico-pratica che ti rende un animale forte, non uno di quelli che vengono mangiati. Esattamente come i porcelloni preistorici usciti dai ghiacci – “allora siamo un po’ amici” – che non si mangiano Hushpuppy né la calpestano a morte. Perché lei è come loro, pur essendo un mucchietto di ossa e muscoli alto suppergiù cinquanta centimetri. Credo che questo Beasts of the Southern Wild sia uno dei film più belli degli ultimi dieci anni e credo che sia il genere di storia di cui ho bisogno, adesso che anche io vengo sradicata da un tornado metaforico.
Per essere una persona abituata a vagare, trovavo confortante l’idea di una casa a cui tornare, almeno ogni tanto, dove appendere alle pareti biglietti d’aereo e piccoli frammenti di passato. Ma affezionarsi è sempre rischioso, anche alle case.

Dentro di me c’è un misantropo isolazionista che sfiderebbe la Natura stessa inveendo contro il cielo armato di padelle anziché portare via le chiappe e anche in fretta, prima di affogare sotto a un muro d’acqua. Purtroppo non sta a me decidere e non mi resta che finire questa bottiglia di rosso, accendere un’ultima sigaretta e asciugarmi la faccia. Potrei anche farmi piacere l’alligatore, chissà. O la carne di canguro essiccata, pure se mi hanno detto essere una cosa immonda. Ma trasloco per trasloco questa volta vorrei davvero pensare in grande e saltare l’oceano. Magari il suolo è migliore e le radici per una volta terranno.

Crazy Once You Know How

19 Gen

“I want a world without gravity
It could be just what I need
I’d watch the stars move close
I’d watch the earth recede
I wanna drift above the borders against my will
I wanna sleep where the angels don’t pass
But now my lips are blue
Gravity does it to you
It’s like they’re pressed against a mirrored glass”

Jim Carroll Band – Wicked Gravity

Una Cenerentola strafatta: così mi sento io. All’alba dei miei 27 anni non sono ancora quella creatura responsabilizzata e stabile che i manuali per Signorine avrebbero dovuto crescere. Non ho ancora imparato a portare i tacchi senza sentirmi un fenicottero zoppo, non indosso adorabili cappellini calati in testa di traverso per fornire le ombre adeguate a una civetteria matura. I miei maestri sono sempre stati individui più o meno allucinati, spesso usciti dalla penna di persone altrettanto allucinate. Così non rispetto gli orologi, né organizzo il mio futuro per punti programmatici. Ho percorso il sentiero alla rovescia partendo dalla piccola mamma-Wendy finché la mia ombra non si è staccata costringendomi a inseguirla con ago e filo. E ad un certo punto di quest’inseguimento siamo rotolate nell’età che Janis non ha mai più oltrepassato. Forse, nonostante il mio spiccato alcolismo e la mia a-religiosità spirituale, finirò per emulare la zia Patti (Smith, non Bouvier), fino al momento in cui non me ne fregherà un accidente dei capelli bianchi e dei baffi e smetterò di avere il faccino di Memole appena sveglia.

Nel dubbio ho passato il compleanno a bere birra rossa e ordinare una quantità di carne e carboidrati sproporzionata per la mia specie, mangiandola con la faccia di qualcuno che sta avendo orgasmi multipli ma con i gomiti lontani dal bordo del tavolo e il tovagliolo sulle ginocchia, perché si può essere barbarici anche senza sbragarsi e dopotutto una nonna anni cinquanta l’ho avuta anche io. Ancora la ho, anche se non tutti i giorni capisce dove e quando siamo. Cosa di cui peraltro non sono sempre sicura neppure io e certamente riveste un’importanza irrisoria rispetto a più elevate questioni dell’esistenza, del tipo se c’è ancora un kinder bueno vagante per casa – in qualsiasi casa mi trovi al momento – e come farò quest’anno ad andare al Greenfield Festival in Svizzera senza indebitarmi fino alle mutande.

Recentemente mi sono tatuata più di una decade di amicizia sul polso sinistro in gaelico, mi sono inchiodata a una nuova laurea e ho partecipato a un tragicomico esperimento collettivo nel regno che fu di Kafka, quello che nel museo praghese è rappresentato da un archivio di torri nere metallizzate, telefoni che trillano e una slavina di ticchettii, basandosi sulle sue descrizioni dell’ufficio come dominio dell’Angoscia e dell’Alienazione. Kafka, gente. L’uomo che sognò di svegliarsi scarafaggio e di essere schifato e abbandonato da familiari e conoscenti fino a una lenta morte per inedia, trovava alienante lavorare nel ramo assicurativo. Go figure. Fortunatamente chi ha valutato il modulo del pre-colloquio deve aver capito che è assai più probabile che io appicchi gli incendi piuttosto che trovarmi a vendere polizze che ne rimborsino i danni, quindi ho scansato ancora una volta il favoloso mondo del tampinamento a provvigione. Sono ancora in tempo per ripiegare su più interessanti occupazioni – come la figurante della cameriera ottocentesca nella casa di Sherlock Holmes, mestiere dei sogni numero 980 scoperto quest’autunno a Londra. Insieme all’insostenibile ebbrezza di essere rapinata nel mezzo di un moshipit, imparare a riderci su con molta pazienza da parte di un’amica e di un probabile spacciatore di origine africana (tuttavia molto gentile nell’aiutarmi a compilare la denuncia) e farmi tirar su il morale da un pakistano dolcissimo che mi vende bottigliette d’acqua alle sei del mattino a Liverpool Street Station e solidarizza con la mia faccia sbattuta, l’influenza e il vagare in NessunLuogo del sentirsi stranieri. Ho ancora promesse da mantenere e miglia da percorrere prima di dormire, come dice la poesia. Non ho ancora capito come si fa a fermarsi. Forse l’anno prossimo imparerò.

So you sing me a slow song darlin’

28 Set

Brothers and sisters know that anytime or late at night,
If you call I will answer, I’m open ears though tired eyes
But the world closed it’s arms on us now
Can I get a witness pretty baby?
I still love Tom Petty songs
And driving old men crazy”

Gaslight Anthem – Even the cowgirls get the blues

In questi mesi ho lasciato il cuore in Scozia, il fegato in Repubblica Ceca e un dente da 3 cm nello studio del mio dentista. Sono tornata dalla terra del verde impossibile e della Caledonian con una copia di Skagboys in una borsa gigante mezza mangiucchiata, un numero imbarazzante di tascabili di Terry Pratchett e la ferma convinzione che in una vita precedente dovevo essere britannica. Anche se l’accento americano continua a farmi fare le fusa e quando mi raccontano New York penso che prima o poi dovrò perdermici e allungare il passo fino al New Jersey (quello di Springsteen, non quello di Jersey Shore – che di GTL condivido giusto la L) alla ricerca dei miei lontani parenti partiti sessant’anni fa e mai più tornati. Ma amo la pioggia, la birra socialmente accettabile a ogni ora del giorno, la sovrabbondanza di ginger e di persone dall’aria malaticcia, come la mia, i denti macchiati di té e la capacità di friggere qualsiasi cosa edibile, che sicuramente verrà più buona. Nel caso, si può sempre aggiungere del bacon. Senza contare che Edimburgo è spettacolare al tramonto, quando per mezza giornata non piove e in giro non c’è nessuno tranne un trentenne con i capelli sugli occhi e una chitarra. Cantava Johnny Cash con quello stesso tono ruvido e vagamente mournful di cui mi sono innamorata mille volte – e se avessi potuto fermare il tempo l’avrei fatto senza rimpianti.

Quanto a Praga, si sta lentamente evolvendo nella sorella minore di Amsterdam: per quanto illegale sembra che ti piova l’erba addosso, il cibo è più che appetibile e pure gli agenti di polizia con gli occhi blu e la barba da mezza giornata, attirando un sacco di gente che vuole divertirsi e non pensare troppo, esattamente come noi. Nonostante gli aerei e le bambine che si schiaffano contro le porte facendo scattare l’allarme, le ore di sonno perdute e quelle interminabili a Malpensa 1 e 2, le api che amano i trdelnik alla nutella più di noi e il pellegrinaggio a Panna Maria Vítězná per spezzare l’influenza di Kafka, che ci ha tirato sfiga finché non ho provato alla Madonna e all’universo che sono in grado di entrare in una chiesa senza prendere fuoco. Ora che ho la bocca piena di sangue e mi gratto la guancia da due ore come una pazza in attesa che passi l’anestesia al palato e questo dannato formicolio, sono belle cose a cui ripensare. Così come molte altre che le parole sminuirebbero, ma che ti lasciano addosso quel senso di tenera nostalgia che non ti scrolli di dosso neppure nel sonno e ritrovi solo nelle canzoni.

Only women bleed

1 Giu

A tutte capita di scontrarsi con discorsi maschilisti. Talvolta sventolati con malizia, sapendo di infastidirti come un chiodo arrugginito sulla lavagna. Altre volte sbocciati dalla più candida innocenza, persino con l’intenzione di rivolgerti un complimento, perché trattarti come un essere vulnerabile, sciocchino e bisognoso di protezione per questioni genetiche è sfoggio di galanteria, o così gli è stato insegnato. Capita persino che vengano interiorizzati e riproposti da altre donne, che si dichiarano offese dal femminismo perché – dicono – schiaccia la femminilità. Una femminilità che immancabilmente deriva dall’utero. Come se il peso delle ovaie nel ventre trascinasse in basso il nostro cervello, rendendoci inscindibili dal nostro sesso. Nelle favole la principessa è per tradizione la fanciulla devota e ubbidiente. Per contro, la donna che possiede un qualche genere di potere è una strega, anche in quel caso detentrice di un potere di natura derivativa (magica, demoniaca – in prestito). Deve essere un’androgina o una seduttrice lasciva, la versione distorta di una donna normale. Tota mulier in utero. Fare figli, accudire gli uomini e i membri anziani della tribù. Un’ausiliaria, mai una protagonista. Un complemento e non un soggetto. I giochi tradizionali delle bambine sono bambole da cullare e piccoli ferri da stiro, lavastoviglie, pentolini. In alternativa oggetti che ruotano intorno alla costruzione di un aspetto appetibile o prototipi di future noi stesse con armadi infiniti. “Donna non si nasce, si diventa” – diceva Simone de Beauvoir.

Margaret Mead ha documentato l’evidenza di questo assunto, scoprendo in Nuova Guinea che la categorizzazione archetipica dei sessi è culturale, non naturale, di certo non inevitabile.
La zoologia e l’etologia forniscono esempi di variazione dello schema che comprendono, oltre alla cura collettiva della prole, alla gerarchizzazione matriarcale e alla poliandria, persino gravidanze maschili (Ippocampo). Eppure lo stereotipo è duro a morire.

L’uomo è ragione, la donna è sentimento. Sempre riprendendo la de Beauvoir, l’uomo non è obbligato a parlare di sé definendosi come uomo innanzitutto. E’ un dato scontato. Non viene considerato rappresentativo di un sottogenere-maschio, bensì di umanità nel suo insieme. Una donna dovrà sempre partire dal dato biologico, sempre legata al femminino in sé, questo astratto con cui sarà sempre confrontata e che è tenuta a rappresentare. I lavori che le donne “sanno fare meglio” sono tutti collegati con la cura di un terzo, dell’ambiente-casa o di una collettività, giustificando questa associazione con la gravidanza e il parto, dimenticandosi che si tratta di una scelta e non di un obbligo e che non ci può definire come esseri umani quanto la possibilità di una paternità non definisce un uomo. L’unica associazione uomo-padre passa per il concetto di Autorità, innalzandosi fino al divino.

Negare questa differenziazione orientata all’esclusività significa – all’interno di questo paradigma – invadere il campo, negare il proprio essere donne. Nelle parole di Rebecca West, “la gente mi definisce una femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenzino da uno zerbino o da una prostituta”.

E allora va bene, femminista. Anche questa volta per opposizione, ma che ci vogliamo fare: i maschilisti ci percepiscono solo così.

Time is not given and time is not taken

28 Feb


God, I pity the violins
In glass coffins they keep coughing
They’ve forgotten, forgotten how to sing

All the Rowboats – Regina Spektor

A Settembre iniziavo il tirocinio attraversando Genova di corsa, con la borsa di Amsterdam a strusciarmi sul ginocchio e Regina Spektor nelle orecchie. Far mi ha fatto compagnia ad ogni semaforo, con l’umidità che mi incollava la camicetta a quadri alla schiena e le dita piene di polvere dopo aver passato le mie ore infrasettimanali a rimettere insieme pezzi d’Africa al museo. Ho ascoltato per la prima volta Laughing with attraversando le strisce verso la stazione, scivolando tra la folla come se esistessi in una realtà parallela e potessero vedermi solo con la coda dell’occhio e un po’ di fortuna. Mentre mi ridipingevo le unghie di varie tonalità di blu prima di prendere il treno cantavo sottovoce Blue Lips, facendo collegamenti nerdici alle puntate di Doctor Who guardate leccando via dai polpastrelli la farina della pizza ai porcini, ogni volta che arrivavo al verso blue, the colour of our planet from far far away/blue the most human colour. Non ho mai perso l’abitudine della ragazzina che sono stata, anche se non ricordo più le canzoni parola per parola, come in Eet. You spent half of your life trying to fall behind/you’re using your headphones to drown out your mind. Non sono più sul sedile posteriore della Lancia Thema di papà, a schiacciare forte i tasti del walkman per far riscorrere un frammento di canzone sul nastro, ma quella bambina bionda e semi-isolazionista esiste ancora in quella bizzarra figura seduta in fondo all’autobus, in converse e capelli rossi spettinati, che dovrebbe somigliare a un’adulta.

Ho ascoltato 11:11 guardando scorrere dal finestrino del regionale ogni minuscola cittadina marittima di pietra, sabbia e palme pensando che la me stessa futura probabilmente è incastrata nelle parole di Buildings, perché non ho mai potuto resistere al terzo Long Island, anche se so che mi sveglierò con la bocca che sa di roadkill e un vago imbarazzo. Ma mi basta scorrere il dito sull’iPod per trovare anche Begin to Hope e la tranquilla consapevolezza che la vita è così per tutti, and everyone must breathe until their dying breath, insieme a tutto il rassicurante no-nonsense ebraico su come funziona l’universo di On the Radio. Senza contare che avere qualcuno che ti comprenda anche quando non sei perfetta, che ti riporti a casa e ti infili il pigiama, amandoti esattamente come sei, è una fortuna immensa che spero di avere vent’anni a questa parte, scongiurando il pericolo di finire come la she di Braille, che si conta le smagliature sul parquet, dopo aver partorito un piccolo Elvis.

Il 2011 per me è stato l’anno di Regina, mentre finivo l’università o almeno una parte di università, iniziata con una serie di prime volte, qualche milione di treni e qualche milione di canzoni, dal primo esame preparato con The Doors in infinito loop a questi ultimi mesi di tesi e di Congo, sognando ad occhi aperti su Samson mentre studiavo mitologia greca per l’ultima, buffa, volta che mi sarei seduta su una sediolina di plastica con una bracciata di libri e i palmi sudati, prima di disquisire di Ermete Trismegisto e del culto di Demetra.
Adesso è Febbraio, mancano due settimane dalla fine di tutto e a cucire insieme sei anni di ricordi ho una playlist quasi infinita.

Hellhound on my trail

31 Gen

Robert Johnson ha venduto l’anima al Diavolo dei Crocicchi, o forse erano i Lari Compitales, o forse era Ecate vestita da mendicante. Sicuramente con questa storia ci si è mantenuto quasi una decina d’anni, di blues sporco e di chitarra, fino ad una morte per circostanze incerte. Forse se lo sono davvero venuti a prendere i mastini. Forse si è beccato una coltellata perché aveva la lingua lunga, forse ha bevuto dalla bottiglia sbagliata – ma quale blasfemo avvelenerebbe il tuo whisky, specialmente quando potrebbe conteggiare i giorni che ti separano dalla cirrosi epatica? Greil Marcus racconta dieci fatti della sua vita senza alcun ancoraggio con la realtà ed il mio preferito riguarda una donna con gli occhi rivolti al cielo e un uomo con una lingua peggiore della sua. Zora Neale Hurston saw him playing on the street in Harlem; she introduced him to Langston Hughes. The three read and sang back and forth until Hughes wrote in his journal, “We all wanted to be each other.”

Ci sono persone che andrebbero ricordate così, come si sono inventate o come qualcun altro le ha immaginate, ascoltando dischi, preferibilmente a notte fonda, preferibilmente con una sigaretta in bocca. Tom Waits è un altro che ama raccontare tutto senza rivelare niente, I never told the truth so I can never tell a lie, lasciando che alla sua nascita si possano associare sedili posteriori di un taxi e una voce già arrochita, e quel suono sembra fatto per i frame fissi in bianco e nero dei bar con il pavimento appiccicoso e i mozziconi aranciati delle sigarette di puro tabacco americano abbandonati ovunque come bossoli, ma anche per l’asfalto bagnato di pioggia e la colazione all’alba e tutti quei sentimenti più caldi di gente che passa le serate tremando accanto alla persona che ama, perché sono giorni di rose. E a ben guardarlo il Diavolo dei Crocicchi potrebbe essere lui, con quel cappello di traverso e quel sorriso tutto gengive, ma soprattutto con una voce che ti scioglie la spina dorsale e l’abilità di fare delle parole quello che vuole, sempre.

Darling, darling that dam’s gonna give

4 Gen

keep climbing into my head without knockin’
and you fix yourself there like a map pin

Fionn Regan, Dogwood Blossom

(Klimt)

Scrivere cercando di darsi un tono professionale, distaccato, didattico. E fallire miseramente, perché tra This is England ’88 (in cui ci si intenerisce fino allo scioglimento davanti a Woody, Lol e Combo, che dietro a ogni skinhead c’è un giardino incantato) e Il Pornografo di Vienna (Schiele e la criptopedofilia incestuosa, con un tocco di Klimt) ho inziato l’anno con tutt’altra dimensione. Io e Schiele abbiamo in comune una sola cosa, essere finiti nei guai per aver disegnato prostitute. Io con i turbocolor in prima media, tirando scema una prof che già mi detestava e che mi vedeva come una ninfomane in erba (in compenso la vedo tutt’ora come una frigida isterica, siamo pari). Lui sotto processo e simil-lapidazione per aver dipinto le donne che gli altri scopavano contro i muri negli angoli bui e che nel reparto di ostetricia si trascinavano per i corridoi con i neonati al collo, implorando una moneta in cambio di servizi futuri, con la pelle butterata sotto la cipria e i denti gialli. L’anno scorso a Vienna le ho guardate appese ai muri di una residenza regale, con i finestroni giganti aperti su una distesa di tegole innevate popolate da corvi. Ero venuta per Klimt, che mi è sempre apparso così privo di morbosità da diventare speciale e sono rimasta dieci minuti a fissare la Morte e la Vita, ma il mio affetto va a Egon, con le sue ossessioni in rosso e nero come uno sputo in faccia, di quelli belli espettorati, alle ferrovie e alle accademie e alla rispettabilità disforica dei puttanieri maritati.