Winter is coming

9 giu

Mi piacerebbe poter dire che conosco A Song of Ice and Fire da prima che fosse figo, tirarmela da fantasy nerd veterana e con aria di consumata condiscendenza guardare dall’alto in basso i nuovi arrivati sul traino della HBO, criticare ogni fotogramma in quanto trasposizione imperfetta di un capolavoro e avere le mutande di George R. R. Martin autografate appese come un vessillo sopra la testiera del letto. Invece no. Invece è successo che ho visto il faccino triste di Boromir, figlio-di-Denethor-reggente-di-Gondor, sulla primissima immagine promozionale, seduto su un trono di spade (che di per sè, ammettiamolo, fa la sua porca figura) e avevo la mezza idea di dargli una chance, anche se il fantasy in tv degenera rapidamente e avevo paura di consumarmi il naso a facepalm (come con la Spada della Verità, di partenza saga discreta portata in tv per precipitare come il figlio di Michael Jackson dalla finestra dell’Adlon Kempinsky in un universo alternativo).

Poi ho visto il barbaro e sono stata ottenebrata dagli ormoni, il che ha spazzato via ogni rimostranza. Adesso sono completamente dipendente, ho comprato in blocco tutti e nove i libri dell’edizione italica e non sarebbe corretto dire che ho la scimmia, piuttosto un gorilla obeso piazzato sulla clavicola.
Visivamente trovo impossibile non innamorarsi di una serie che – oltre ad essere scritta magistralmente, avere un’ottima fotografia e un accento britannico – comprenda operazioni alle tonsille a mani nude, uccelli al vento, parecchio incesto, teschi di drago, Peter Dinklage nel ruolo perfetto e una miriade di personaggi che alla maniera di Tolstoj vanno, vengono ma soprattutto soffrono miserevolmente. Contando che sono al libro quarto e che i romanzi sono rispetto alla serie quello che una sachertorte è rispetto a un gianduiotto, starmi vicino e non subire il mio fanatismo è diventato impossibile. Come restare vergini da pesantissimi spoiler, del resto. Non mi sentivo così perdutamente geek da lunga pezza.
Ed è un sentimento meraviglioso, mi allarga il cuore.

Plump

7 apr

Milano di sera, con la luce arancio del tramonto e un sassofonista che suona una versione anche abbastanza riuscita di Moon river per il sorriso di due turiste, non è troppo male. Ha un che di romantico, l’aria è calda ma non ancora soffocante, gli alberi sono verde tenero e la gente persino sorride. L’iPod mi spara nel timpano Plump di sua iniziativa ed è ugualmente appropriata, mentre taglio la prima foresta di gambe magre in pantaloncini minuscoli per rintanarmi nel fresco del tunnel della metro.

They say I’m plump/but I throw up all the time

Rimane in testa e mi segue fino a casa, ben oltre cena e coccole e yogurt con i biscotti, senza però ispirarmi all’emulazione. Molta gente è convinta che Courtney sia mediocre rispetto al marito, addirittura che l’abbia in qualche modo ammazzato, ha una salute mentale e fisica altalenante, i gossippari parlano di un brutto rapporto con la figlia, criticano il troppo botox in faccia e il peso che oscilla, sta sulle palle a Dave Grohl e probabilmente anche a Billy Corgan, ma nonostante tutte queste cose c’è anche chi come me la ama e pensa che Live Through This sia un album con i controcazzi. E lo è.
In tutti i mille ascolti di Jennifer’s body e Doll parts, a cavalcioni sulla finestra fumando le prime sigarette e su pavimenti di legno fumando le ultime, anche stasera nelle mie nuove mutande rosa con le pecorelle e Lost Boys che scorre sullo schermo senza volume.

Bayou Country

24 mar

C’era un tempo in cui non pensavo avrei mai passato le nottate con i Creedence Clearwater Revival valutando seriamente di trasferirmi in un posto dove la gente parla come Sookie Stackhouse. Che sì, loro sono del bayou di San Francisco e apparentemente non c’è nesso logico, ma ascoltandoli mi viene in mente tutta una più immensa striscia d’America da percorrere in macchine datate ’67, giù fino alla Louisiana. Dove per quanto ne so le donne sono paurosamente gnocche ed io insieme al mio nanismo mediterraneo mi confonderei con il circo itinerante. Dove probabilmente il clima mi stordirebbe entro un paio d’ore, le zanzare mi spolperebbero fino all’osso, entrerei in conflitto con la parte conservatrice della popolazione in tempo zero, finendo per essere ricacciata in Europa con torce e forconi, sempre che non mi uccida prematuramente l’elemento principe della cucina locale – il crostaceo – a cui sono pesantemente allergica.

C’è da dire che entrerei in contatto con una cultura antropologicamente variegata, musicalmente ispirata, letterariamente ispiratrice. Mi darei all’hoodoo alla prima occasione. Vivrei in shorts di jeans.
Lavorerei in una caffetteria/libreria ibrida facendo affidamento sul mio francese zoppicante.
Prenderei un porto d’armi subito dopo la cittadinanza anche solo per poter sparare ai barattoli nel mio cortile. Mi rendo conto di mescolare fantasia e stereotipi, ma è la parte più buffa: raccogliere tutti i coriandoli di cinema e canzoni immagazzinati nel cervello per poi arrivare sul posto e procedere a smontarli e riassemblarli. Un po’ come facevo con la casetta vittoriana della Playmobil che avevo da bambina, quella in cui fiori di plastica e tendine di velluto attendevano famiglie di giganti e di quadrupedi – perché gli omini della Playmobil non ce li avevo, ma in compenso avevo un fottio di barbie e di minipony e adoravano prendere il té. Adesso sono passati quasi due decenni, forse non porto più la coda di cavallo e la salopette, ma metterei volentieri in una valigia la mia barbie superstite e il minipony tramutato in unicorno con mezzo stuzzicadenti e parecchio superattack (fortunello) come portafortuna da turista spersa, un passaporto e un paio d’anfibi, solo per attraversare un continente alieno in cerca di uno steccato bianco.
Nonché di un muretto su cui allineare barattoli, ovviamente arrugginiti.

Hammer of the Gods

9 mar

So now you’d better stop and rebuild all your ruins
For peace and trust can win the day despite of all your losing”

- Led Zeppelin, Immigrant Song

I vecchi dei se ne sono andati. Ci hanno mollato su questa palla di polvere, acqua e fuoco portando le loro valigie Vuitton coordinate su un pianeta sicuramente più abitabile, lasciandoci con twitter e tmz a scannarci come cannibali in cerca di qualcosa di nuovo da adorare e poi distruggere in un impeto iconoclastico.
Tuttavia, qualcosa del loro passaggio è rimasto. Alcuni di noi conservano frammenti sovrannaturali, se li portano dentro dalla nascita come una voglia color vino sotto al seno, senza nemmeno saperlo.
Chiunque potrebbe racchiudere dentro di sè una scintilla della grazia di Afrodite, un bagliore della sete di sangue di Morrigan, un piccolo e trascurato dono di padri e madri del passato che una volta amavano ricevere da noi deliziosi cotillons come sangue di capra, vergini e sidro.

Io devo essere stata scelta da Thor. Il mio compito è vagare per il mondo e infrangere rotule, tibie e muscoli cardiaci.
Sono lo strumento di una potenza più grande, di un dio vichingo irascibile e biondo. Questo è il Mjöllnir, bambina. Brandiscilo con rispetto. Non riesco ancora a farne una questione di orgoglio e questo deve averlo offeso – è la sola vera ragione per la quale sono stata punita con un apparentemente ordinario dente del giudizio, che crescendo si rivelerà essere un fulmine su piccola scala. Dovrei accettare la mia missione mistica.
Io sono fatta per frantumare le ossa fino a ridurle in polvere ed è solo una squisita ironia l’avermi fatta modello villaggio vacanze dei puffi per turisti di due mele o poco più anziché valichiria invincibile con capelli così lucenti da sembrare bianchi, coscia lunga e sguardo di ghiaccio. E’ per farmi sembrare più innocua che a prima vista sono una nana balenga con 3 diottrie e la scritta sfamami e coccolami sulla fronte, così posso innavertitamente distribuire martellate divine su crani inconsapevoli.

Non poteva raccattarmi Dioniso solo perché John Belushi è arrivato per primo, lui e i suoi maledetti toga party.
Sono troppo seria per Anansi e non abbastanza per Atena, che è arrivata a metà opera donandomi una razionalità che solo autistici e vulcaniani ma si è annoiata prima di infondermi la saggezza necessaria per usarla.
Non mi restavano che un martello e quattro chiodini, uniti ad un attitudine all’alcol fortunatamente trasversale per tutte le religioni.
Ci verrò a patti, ma non oggi.
Oggi si mangiano patatine, si mettono cucchiaini freddi sugli occhi e ci si stordisce di Doctor Who, che quando hai bisogno di un Tardis mannaggia a lui non c’è mai.

If I ever leave this world alive

1 mar

www.frozentoy.com

La vita sovrabbonda di dilemmi morali, momenti che ci definiranno come persone per sempre e che meritano riflessioni attente e profonde.
Come dibattere internamente se murare fuori il mondo e concentrarsi sulla tesi quando si sa che a marzo sbattono i Kyuss a suonare in un paesello, che a maggio a Zurigo ci sono i Queens of the Stone Age, della reunion dei System of a Down a giugno (che sa di seconda liceo e del discman tenuto insieme con lo scotch con Toxicity dentro, stringiamoci tutti in questo momento amarcord e prima che lo sapessi avevo già il biglietto in tasca), del Rock in Idro con Foo Fighters/Social Distortion/Flogging Molly/Iggy Pop/The Hives/Band of Horses (che conoscerò a malapena The Funeral, ma già mi stanno facendo l’effetto guilty pleasure degli Snow Patrol) – a distanza di incastro con l’ultimo esame della mia carriera accademica, che in effetti sarebbe degnamente celebrato e uno almeno l’idea la prende in considerazione, sarebbe scortese non farlo.

Senza contare gli Arcade Fire a luglio e Pj Harvey il giorno dopo (in concomitanza con Metallica/Slayer/Megadeth/Anthrax – ardua scelta ma quest’anno tendenzialmente vincono Pj Harvey e la mancanza di lividi nelle costole), che sarebbe brutto non esserci, Let England Shake è un bell’album e poi la amo dai tempi di Nick Cave ed Henry Lee.

Certo che uno sa perfettamente di avere cose più importanti da fare, ma la consapevolezza di tutto questo là fuori è come un guanto di sfida.

Quindi uno sta lì e ci riflette e ha quella vocetta in testa che ti dice ma sì, tanto per ingrossare le fila della disoccupazione giovanile sei sempre in tempo, e intanto stai già a decidere come rimediare il capitale necessario e a trovare contorcimenti da acrobata per fare tutto in contemporanea.

Senza farsi tentare ulteriormente dall’Irlanda per motivi vagabondi, pur pensando che forse sì – sarò inassumibile per certificata mancanza di senso di responsabilità – ma va detto che se morissi tra due mesi almeno saprei con certezza di che sfumatura è il cielo a Dublino, esattamente come ho imparato il suono che fanno i pavimenti dei teatri a Londra, la sensazione dell’erba sotto la schiena nel Tiergarten, com’è attraversare un parco reale sotto la neve a Vienna, il profumo costante di tulipani, fumo e cibo di Amsterdam, come ci si raggomitola bene sui treni fra Manchester e Liverpool dopo un concerto e che se hai fame a Potsdam puoi sempre contare sui pizzaioli turchi.

Me and a gun

26 feb

 

“Yes I wore a slinky red thing
Does that mean I should spread
For you, your friends your father, Mr. Ed
And I know what this means
Me and Jesus a few years back
Used to hang and he said
“It’s your choice babe just remember
I don’t think you’ll be back in 3 days time
So you choose well”
Tell me what’s right
Is it my right to be on my stomach
of Fred’s Seville”

Tori Amos, Me and a gun

Se c’è un’argomentazione che trovo cretina nel midollo, quando succedono cose come questa, è la colpevolizzazione della vittima. Non è neppure un’argomentazione vera e propria, è una cosiddetta “tecnica di neutralizzazione“, nome fancy per un modo di autoassolversi e convincere gli altri di non essere in torto quando si è perfettamente consapevoli di esserlo.
Quello che veramente mi manda in bestia non è neanche tanto sentirla uscire di bocca ad un legale che cerca di ottenere uno sconto di pena per il suo cliente, per quanto non credo sia possibile difendere certi individui e guardarsi allo specchio senza vomitare il pranzo di Natale dell’anno prima. No, chi mi fa veramente venire voglia di accelerare il processo di estinzione dell’umanità è chi in questa stupidaggine ci crede davvero.

Non prendiamoci per il culo, gente.

Ogni persona – a prescindere dal corredo cromosomico o dall’identità di genere – ha il diritto inviolabile di cambiare idea o di porre dei limiti. Un bacio non è un contratto. Né lo sono un pompino, una conversazione, una stretta di mano, un sorriso o persino un invito diretto. Si può cambiare idea, si ha il diritto di farlo. Persino tra persone sposate può capitare che prima di uscire a cena si abbia voglia di scopare come ricci e magari due ore dopo sia passata – questo non implica che uno dei due sia in diritto di forzare in qualche modo l’altro, figuriamoci se questo diritto può esistere tra persone appena conosciute.
Se così non fosse allora dovremmo presentarci ai primi appuntamenti muniti di taser, in caso il bacio della buonanotte significasse la possibilità di essere trascinati per i capelli nel vicolo dietro casa, i genitori dovrebbero appostarsi davanti alla porta della cameretta dei figli quattordicenni con un fucile perché permettere al tuo ragazzo di infilare le mani sotto la tua maglietta lo autorizza a sodomizzarti con una zucchina, se così gli girasse, e sorridere al panettiere prendendo il resto sarebbe un segnale dopotutto equivocabile se quel giorno avessi una maglietta scollata.

Questa storia della correlazione tra aspetto fisico e/0 abbigliamento della vittima con il permesso implicito di metterle le mani addosso, costituendo quindi un’attenuante per l’uomo “troppo focoso”, è metà paraculaggine e metà crassa ignoranza. Perché lo stupro non ha niente a che fare con queste cose, né in realtà con il sesso. Psicologicamente è un atto che esprime dominanza, rivalsa, frustrazione, sadismo. Molti stupratori seriali sono addirittura impotenti. Le vittime, quando non sono di massa come in territori di guerra, possono essere anche intabarrate dalla testa ai piedi, avere ottant’anni e l’artrite oppure avere un pigiamino con gli arcobaleni, otto anni e i denti da latte. Tacchi e rossetto non c’entrano assolutamente nulla: una persona dotata di istinti sessuali non devianti, davanti a repulsione, paura o resistenza desiste. Magari gli passa anche la voglia, di sicuro non gli aumenta.

Stando alle statistiche americane una donna su sei è vittima di abuso sessuale, secondo l’Istat il 69% degli stupri che avvengono nel nostro Paese sono opera di conoscenti o familiari, solo il 6% è imputabile a estranei (fonte), lo stupro è da sempre uno strumento di repressione politica e di punizione (stupri correttivi o politici, se non li avete mai sentiti nominare usate google mon Dieu) e quindi dire che sono le donne a cercarsela per aver messo una gonna troppo corta o aver baciato la persona sbagliata significa parlare senza cognizione di causa.

Inutile aggiungere che proprio questo genere di affermazioni fa sì che molto spesso i colpevoli non vengano neanche denunciati e quando lo sono la cosa possa venire sminuita, come se in fondo non fosse nulla di grave, sei mesi di condanna e magari anche ai domiciliari che tanto su, che sarà mai. Poverino, è stato provocato. L’uomo è uomo, il che fa un torto anche agli uomini, facendoli diventare poco più che bestie guidate da un istinto cieco.
Il che non solo vi rende ignoranti come un ciocco di tufo, pure corresponsabili. Sapevatelo.

the last living rose quiver

22 feb

L’una del mattino, Pj Harvey e solo travi di legno tra me e la grandine. I gabbiani che abitano sul mio tetto sono fuggiti qualche tuono fa, il cinema cittadino ha avuto non più di un problema a mantenere le immagini e i suoni imprigionati sullo schermo e ci siamo persi – io, la mia sorellina con i boccoli e nostro padre – un’interessantissima sparatoria dove, ci dicono, un ranger texano ha affrontato ben sette banditi con il solo aiuto di una quattordicenne con le trecce e uno sceriffo sbronzo con un occhio solo, appostati su delle rocce poco sopra la sua testa.
E’ un mondo difficile. Bisogna continuare a spostarsi, per sopravvivere in un bosco umido e nevoso abitato da serpenti, ladri dalla dentatura giallastra e corvi antropofagi alla ricerca di Josh Brolin.

Quanto a noi nel 2011, tutto questo western e neanche una sputacchiera per casa dove poter espettorare i nostri bronchi pieni di tabacco americano smerciato in pacchettini colorati e fruscianti.
Mi rivolgo musicalmente ad Albione perché il southern rock a quest’ora non sarebbe ben accetto dai vicini, come del resto non sarà ben accetta neanche Polly ma almeno potranno notare che ho fatto uno sforzo, quando potevo sparargli nelle orecchie alte dosi di Born on the Bayou e Simple Man, come un quattro agosto qualsiasi in jeans sfilacciati a leggere in terrazza Meridiano di sangue o qualche altro caposaldo della letteratura polverosa.

Invece no, dite a Dio di benedire gli inglesi, mentre pur non essendo a Liverpool davanti a biondine scalze che vomitano davanti al pub fa ugualmente abbastanza freddo per far tremare l’ultima rosa vivente e siamo tutti rintanati sotto piumoni caldi.

Let me watch night fall on the river
The moon rise up and turn to silver
The sky move
The ocean shimmer
The hedge shake
The last living rose quiver

Vorrei avere per il mio Paese la metà dell’amore contenuto in questi versi.
Poi mi ricordo dove vivo e mi passa tutto.

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